La nostra storia

Breve storia del Centro studi Libertari/Archivio Giuseppe Pinelli

di Luigi Balsamini, 2009



Il proposito di costituire un centro studi intitolato all’anarchico Giuseppe Pinelli matura durante i lavori preparatori del convegno su Michail Bakunin, tenuto a Venezia nel 1976, quando i componenti del comitato organizzatore, in gran parte aderenti ai gruppi “Bandiera nera” di Milano e “Nestor Machno” di Venezia, decidono di “trasformare l’occasionale in strutturale”  dando solidità e continuità a un sentito fermento di promozione culturale libertaria. Il nuovo istituto, con sede a Milano, mira a una duplice finalità: da un lato la costruzione di un archivio storico per la conservazione della memoria dell’anarchismo, dall’altro lo sviluppo di una cultura libertaria capace di affrontare le problematiche della società contemporanea e di confrontarsi con le più avanzate riflessioni e pratiche di matrice antiautoritaria .
Il Centro studi nasce con il patrocinio dell’Associazione culturale “Arcangelo e Bartolina Carocari”, finanziata dal lascito di un anziano militante libertario  e diretta a un preciso progetto:


restituire all’anarchismo una dignità culturale che ebbe meritatamente e che anche oggi gli spetta, noi crediamo, in quanto più completa e coerente teoria e pratica della liberazione umana.
Si tratta, in altre parole, di ripensare l’anarchismo alla luce dell’attuale contesto sociale in cui è immerso, sganciandolo dalla contemplazione delle proprie radici per renderlo un credibile punto di riferimento alternativo alla cultura dominante. Non tanto, dunque, mettere in discussione la sua essenza profonda, il suo nucleo di valori forti, piuttosto rinnovarlo con una larga apertura, pur sempre critica, verso tutte quelle espressioni genuinamente libertarie nate e cresciute nella stimolante realtà contemporanea degli ultimi decenni, a partire dai conflitti sociali, dalle migliori riflessioni intellettuali, dalla nuova percezione della quotidianità.
Nell’approfondire la disamina delle relazioni tra specifico ambito dell’anarchismo e più generale contesto della cultura libertaria può risultare particolarmente esplicativa l’ardita analogia proposta da Rossella Di Leo, una dei fondatori e degli attuali responsabili del Centro studi. La sua metafora del rapporto di coppia attraversa, anche storicamente, quattro fasi che hanno origine dal “rapporto patriarcale” in cui il movimento anarchico, dominante, non riconosce l’autonomia dell’area libertaria, considerandola semplicemente bacino di reclutamento dei propri militanti. Il secondo momento è quello del “rapporto di coppia aperta”, quando l’area libertaria abbandona il ruolo subordinato e cerca nuovi interlocutori: questa fase si dimostra però fallimentare e conduce al definitivo strappo, la “separazione per colpa”, deleterio per entrambi i partner. Infine, superata la reciproca diffidenza, si giunge al riavvicinamento, o “rapporto tra singles”, su basi di parità e autonomia: “la promessa reciproca è di tornare a frequentarsi da buoni amici e magari da amanti occasionali” .
L’anarchismo, in ogni caso, rimane l’identità forte, mentre l’area libertaria si caratterizza come polo debole o, quantomeno, come ambito dai confini non definiti, composto da una pluralità di soggetti disomogenei (movimenti ecologisti, antipsichiatrici, femministi, comitati di azione locale, sindacalismo di base, settori della ricerca pedagogica, urbanistica etc.) che condividono alcuni valori comuni, ma a volte stentano perfino a riconoscersi reciprocamente, tanto che, scrive ancora Di Leo:

proprio a partire da questa indeterminatezza […] si può addirittura ipotizzare che sia lo sguardo anarchico a riconoscere e definire l’area libertaria più che una compiuta identificazione da parte delle stesse categorie che la compongono.

In definitiva, secondo la visione alla base del progetto culturale avanzato dal Centro studi, il presente e l’avvenire dell’anarchismo dipendono dalla sua capacità di uscire dall’isolamento per interagire con il vitale mondo libertario. Un rinnovamento e una sfida che potrà vincere a due condizioni:

se sarà in grado di depurarsi della propria “vulgata” – cioè da quella vera e propria volgarizzazione e sclerotica semplificazione delle teorie dell’anarchismo classico, riproposte secondo un’ortodossia decontestualizzata, di stampo religioso – e se sarà capace di rifondare un movimento con caratteristiche diverse da quelle attualmente prevalenti – ovvero la comunità degli anarchici attivi (in vari ambiti, forme e intensità) e non più il “partito” politico dei militanti.



I Gruppi anarchici federati e il movimento anarchico milanese

La fondazione del Centro studi libertari è riconducibile all’alveo di iniziative nate in seno ai Gruppi anarchici federati (GAF), una delle tre componenti organizzate, insieme a FAI e GIA, del movimento anarchico di lingua italiana. Nati alla fine del 1969 sulle ceneri dei preesistenti Gruppi giovanili anarchici federati (GGAF) si prefiggono di rendere l’anarchismo, considerato nell’ordine un’etica, una scienza e un progetto rivoluzionario, maggiormente incisivo nell’attuale realtà sociale e politica rispetto a quanto abbia dimostrato di esserlo nei precedenti decenni. A modello organizzativo adottano la struttura pluralistica di una “federazione di tendenza”, aggregazione di gruppi di affinità che condividono la medesima visione politica, liberi di agire in autonomia nel rispetto degli accordi assunti, quali elementi di una rete di coordinamento priva di snodi centrali e di cariche federative .
In primo piano nel progetto dei GAF, accanto allo sviluppo di lotte sociali antiautoritarie, è la necessità di un’affermazione libertaria in campo intellettuale, affinché l’anarchismo possa recuperare la strada perduta nei confronti della cultura marxista e si faccia coerente critica del dominio e sua valida alternativa:

praticamente inesistente è oggi la presenza culturale libertaria a tutti i livelli, così tra gli intellettuali come nel popolo e tra le minoranze ribelli. A causa di questa assenza, sono state tradotte in chiave marxistica (cioè, paradossalmente, autoritaria) persino acquisizioni sostanzialmente anti-autoritarie, nel campo della pedagogia, dell’urbanistica, della sociologia, della psicologia, eccetera, neutralizzandone la carica rivoluzionaria. Bisogna dunque rifondare a tutti i livelli una cultura libertaria attraverso il potenziamento quantitativo e qualitativo della stampa e dell’editoria anarchica, attraverso la moltiplicazione delle iniziative culturali, ma prima ancora e continuamente attraverso uno sforzo di arricchimento ed aggiornamento dei grandi temi del pensiero anarchico, che sono poi i grandi temi della liberazione umana.

I militanti dei GAF, che sciolgono la federazione nel gennaio 1978 per rifluire nel movimento anarchico (considerato da ricostituire, nel suo insieme, su nuove basi) , promuovono diverse iniziative come la Crocenera anarchica, organismo che tra 1969 e 1972 si occupa di controinformazione e difesa legale delle vittime politiche, il Comitato “Spagna libertaria”, nato nel 1974 in solidarietà con gli anarchici del paese ancora sotto regime franchista, il Centro di documentazione anarchica, fondato a Torino nel 1976. In particolare, al gruppo milanese fanno capo la rivista mensile «A» (dal 1971), la redazione italiana di «Interrogations» (dal 1976 al 1979), il trimestrale «Volontà» (dal 1980 al 1996), le edizioni Antistato (dal 1975 al 1985) e, dal 1976, la gestione del Centro studi libertari.
Nel capoluogo lombardo Amedeo Bertolo e altri giovani anarchici, in collaborazione con Eliane Vincileone e Giovanni Corradini, avevano costituito nel 1961 il Gruppo giovanile libertario, poi Gioventù libertaria. Di lì a poco Bertolo e altri coetanei, tra cui gli anarchici Aimone Fornaciari, Luigi Gerli e Gianfranco Pedron, poco più che ventenni, salgono alla ribalta delle cronache per l’incruento rapimento del viceconsole di Spagna, Isu Elías, portato a termine in pochi giorni con l’intento di denunciare all’opinione pubblica la spietata repressione del regime franchista contro tre militanti della Federación ibérica de juventudes libertarias (FIJL). Il processo ai rapitori si apre a Varese nel novembre 1962 trasformandosi in atto d’accusa del regime, tanto che ai protagonisti viene comminata una lieve condanna e, presto, tornano in libertà .
Dalle riflessioni sviluppate nel gruppo dei giovani anarchici milanesi escono quindi i tre numeri del periodico «Materialismo e libertà», contrario a una ancora diffusa visione idealista e “sentimentale” dell’anarchismo . Dopo aver trascorso un paio d’anni negli spazi del Circolo “Sacco e Vanzetti” di viale Murillo, alla fine del 1967 un locale in piazzale Lugano, nel quartiere operaio della Bovisa, diventa la nuova sede di Gioventù libertaria e degli altri anarchici della città, tra cui alcuni anziani militanti che Bertolo ricorda impegnati, in primo luogo, nella lettura domenicale della stampa anarchica e nella rievocazione dei tempi andati. Inaugurato il 1° maggio 1968, il circolo assume il nome di un ponte stradale poco distante, il Ponte della Ghisolfa, “per non dargli il nome di uno dei nostri santi o dei nostri martiri” . Giuseppe Pinelli, che tra gli anarchici milanesi era il più giovane degli anziani, divenuto poi il più anziano del gruppo giovanile, è presente tra i principali protagonisti di questa esperienza insieme a Bertolo, Fausta Bizzozero, Umberto Del Grande, Luciano Lanza, Cesare Vurchio e altri, riuniti nel gruppo denominato “Bandiera nera” .
Di lì a poco, a cercare di arginare il “biennio rosso” 1968-’69, interviene la stagione delle “stragi di Stato”, con il supporto della manovalanza fascista: una verità storica, questa, che non ha ancora trovato il giusto riconoscimento nelle aule di giustizia. A Milano, il 25 aprile 1969, due attentati colpiscono la stazione centrale e la Fiera campionaria, mentre il 12 dicembre dello stesso anno una bomba esplode all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura, in piazza Fontana, provocando sedici morti e decine di feriti, un altro ordigno viene ritrovato inesploso alla Banca commerciale italiana e tre deflagrano a Roma, con feriti ma senza vittime. Le indagini e la campagna stampa si indirizzano a senso unico nella criminalizzazione di tutto l’estremismo di sinistra e in particolare del movimento anarchico; Pietro Valpreda, innocente, viene arrestato quale esecutore della strage e Giuseppe Pinelli, altrettanto innocente, viene trattenuto in questura così come molti altri anarchici. Nella notte tra 15 e 16 dicembre il suo corpo vola da una finestra degli uffici della squadra politica, diretta dal commissario Luigi Calabresi, e si schianta al suolo del cortile interno. Lo slogan “Valpreda è innocente, Pinelli è stato assassinato, la strage è di Stato” risuona nell’indignazione di un sempre più vasto movimento di denuncia e di controinformazione .
Il gruppo milanese che alcuni anni dopo sarà all’origine del Centro studi libertari intitolato proprio a Giuseppe Pinelli, dà vita nel 1971 alla cooperativa editrice “A” (nata de iure, con questa denominazione, solo nel 1977). La prima realizzazione di questo progetto editoriale è il mensile «A: rivista anarchica», ancora oggi la più diffusa testata del movimento anarchico italiano; fondatori e principali redattori sono Amedeo Bertolo, Fausta Bizzozero, Rossella Di Leo, Paolo Finzi e Luciano Lanza, mentre Roberto Ambrosoli e Giampietro Berti partecipano come collaboratori fissi e Marcello Baraghini viene nominato, per il primo anno di pubblicazione, gerente responsabile.
Un’altra rivista di notevole importanza per lo sviluppo di un anarchismo antidogmatico, slegato dalla canonica riproposizione dei “classici”, aperto all’analisi delle problematiche contemporanee e in grado di porre domande piuttosto che adagiarsi sulle riposte, è «Interrogations», un laboratorio intellettuale internazionale, con articoli pubblicati in francese, inglese, italiano o spagnolo e seguiti da un riassunto nelle altre tre lingue. Secondo quanto stabilito dai promotori, redazione e amministrazione avrebbero dovuto ruotare ogni due anni, ma dopo il biennio 1974-76 in Francia e il passaggio al gruppo italiano integrato nella cooperativa “A”, viene meno la disponibilità da parte dei collettivi redazionali di Spagna e Gran Bretagna, causando la chiusura delle pubblicazioni con un ultimo numero nel giugno 1979.
Gli anni di «Interrogations» sono segnati dall’intensa frequentazione con Charles Cortvrint, alias Louis Mercier Vega, militante e intellettuale libertario di origine belga, disertore negli anni ’30 rifugiato a Parigi con il nome di Charles Ridel, quindi combattente della Colonna “Durruti” nella Spagna del 1936. Considerato uno dei più profondi e originali innovatori dell’anarchismo contemporaneo, muore lucidamente suicida nel 1977 . Di Mercier Vega le edizioni Antistato, fondate a Cesena intorno al 1950 e ricevute in gestione dal gruppo milanese “Bandiera nera” nel 1975, pubblicano diversi saggi tra cui La pratica dell’utopia, una raccolta comprendente cinque contributi già usciti in una prima versione francese sotto il titolo L’increvable anarchisme , mentre l’archivio del Centro studi accoglie un fondo a lui intestato, contenente dieci fascicoli di corrispondenza, appunti e bozze dei suoi lavori.



La costruzione delle raccolte

La prima sede del Centro studi libertari è in viale Monza 255, in un immobile concesso dal Comune dietro il pagamento di un modesto canone d’affitto, dove nel 1976 si erano trasferiti il Circolo “Ponte della Ghisolfa” (la cui gestione viene assunta pochi anni dopo da un altro gruppo di giovani militanti) e la sezione milanese della FAI. Il Centro dispone già di una discreta strumentazione tecnica: visore per microfilm, fotocopiatrice e videoregistratore, ed è aperto tutti i giorni feriali dalle 16.00 alle 20.00.
La costruzione della raccolta libraria è progettata, in primo luogo, affinché risulti funzionale alle attività culturali del Centro e orientata, quindi, verso i seguenti quattro ambiti di interesse:

1.    Storia e pensiero del movimento anarchico e dei movimenti libertari;
2.    Fermenti antiautoritari contemporanei nelle scienze umane;
3.    Manifestazioni antiautortitarie nel conflitto sociale contemporaneo;
4.    Dinamica socio-economica contemporanea con particolare riferimento ai “nuovi padroni” (tecnoburocrazia).

Per ogni tematica vengono ulteriormente specificati i livelli di copertura bibliografica e linguistica da perseguire:

a)    tutti i testi inerenti ai punti 1 e 4 in lingua italiana;
b)    i testi più interessanti inerenti ai punti 1 e 4, in inglese, francese, spagnolo, se non disponibili in edizione italiana;
c)    i testi più interessanti in italiano, francese, spagnolo, inerenti ai punti 2 e 3.

Anche la crescita dell’emeroteca è sottoposta a precisi criteri di specializzazione che specificano il piano di sviluppo adottato:

a)    sino al 1968 tutti i periodici ed i numeri unici in lingua italiana anarchici e libertari;
b)    dopo il 1968 i periodici iniziati precedentemente e quelli iniziati successivamente che presentino caratteri di continuità e regolarità e di interesse non locale e/o settoriale;
c)    alcuni periodici in lingua inglese, francese, spagnola che presentino particolare interesse per la storia e per il pensiero del movimento anarchico e dei movimenti libertari .

Il rispetto di queste indicazioni per lo sviluppo delle raccolte deve però fare i conti con limiti oggettivi imposti dalle ridotte disponibilità economiche, tali da ridimensionare fortemente la possibilità di acquisizioni a titolo oneroso, sollecitando invece donazioni mirate:

per la maggior parte si è trattato di una miriade di donazioni quantitativamente modeste pur se spesso qualitativamente significative, vuoi perché ci venivano donati testi rari e introvabili, messi generosamente a disposizione di tutti, vuoi perché ci venivano affidati piccoli pezzi di storia personale, ricordi, affetti importanti per chi ci donava questi materiali. Alcune di queste donazioni sono invece state molto importanti, sia qualitativamente che quantitativamente, e hanno contribuito a costituire la struttura portante dell’Archivio.

La prima dotazione libraria del Centro si va costruendo con materiali messi a disposizione dagli stessi promotori dell’iniziativa, dal Circolo “Ponte della Ghisolfa”, da altri militanti e da alcune case editrici interne o limitrofe al movimento anarchico. Tra quest’ultime, che spesso intrattenevano uno scambio di copie con le edizioni Antistato, si possono ricordare Altamurgia di Ivrea, Campo Abierto di Madrid, CDA di Torino, La Fiaccola di Ragusa, Noir di Ginevra, RL di Pistoia, La Salamandra di Milano e Vulcano di Bergamo; per quanto riguarda le persone fisiche vanno segnalate le donazioni di Giampietro Berti, Amedeo Bertolo, Paolo Finzi, Aline Frigerio, Luciano Lanza, Corrado Perissimo, Luis Tibiletti e Galileo Tobia. A questo materiale si aggiungono due consistenti fondi librari che, purtroppo, non sono stati mantenuti separati rispetto al resto della biblioteca, ma resi parte integrante della raccolta generale; un timbro, in ogni caso, permette di ricostruire sulla carta la loro unitarietà di provenienza. Si tratta del migliaio di volumi relativi alla storia e al pensiero del movimento anarchico e libertario donati dagli eredi di Michele Damiano verso la fine degli anni ’70 e, soprattutto, del fondo Pio Turroni, vero e proprio nucleo fondante della biblioteca del Centro.
Turroni, classe 1906, per sottrarsi alla repressione fascista era emigrato prima in Belgio, poi in Francia, partecipando alle attività antifasciste degli esuli; nel 1936 combatte in Spagna con la Sezione italiana della Colonna “Ascaso”, ripara quindi a Marsiglia dove allo scoppio della guerra mondiale viene tratto in arresto, fugge e raggiunge il Messico. Rientra in Italia nel 1943 contribuendo attivamente alla ripresa del movimento anarchico, assume per decenni la responsabilità legale della rivista «Volontà», fin dal suo primo numero, fonda agli inizi degli anni ’50, in Romagna, il gruppo editoriale “L’Antistato” ed è tra i promotori dei Gruppi di iniziativa anarchica. Già dai tempi del periodico «Materialismo e libertà» stringe un rapporto di collaborazione con i giovani libertari milanesi e, in seguito, sostiene e segue con interesse le attività del Centro studi libertari, rendendosi tramite di diverse donazioni. Come ricorda Amedeo Bertolo,

il est venu avec son béret d’ouvrier, son visage de maçon et sa profonde sagesse d’anar à l’“ancienne mode”, certes un peu méfiant envers ces jeunes, mais aussi très ouvert à tel point que quelques années plus tard, il était devenu en quelque sorte notre “dieu tutélaire” .

Già prima della sua morte, avvenuta nel 1982, Turroni lascia al Centro studi la propria biblioteca costituita da un migliaio di volumi relativi all’anarchismo e ad altre dottrine politiche, raccolti nel secondo dopoguerra. Al materiale librario è stato successivamente affiancato l’archivio privato, comprendente dieci buste per un totale di oltre cento fascicoli che sono stati recentemente riordinati e inventariati da Lorenzo Pezzica tramite l’applicativo Mens, sviluppato a cura della Regione Lombardia per lo specifico utilizzo su archivi personali . Il fondo è formato dalla serie “Documenti”, inerente l’attività politica e culturale del soggetto produttore, e dalla serie “Corrispondenti”, che riflette la fitta rete di contatti epistolari con esponenti del movimento anarchico italiano e internazionale, in particolare con i militanti italo-americani raccolti attorno al periodico «L’Adunata dei Refrattari». Fanno parte integrante del fondo anche documenti prodotti dai GIA, dalla redazione di «Volontà», dal gruppo editoriale “L’Antistato”, scritti di Raffaele Schiavina, lettere di Luigi Fabbri a Gigi Damiani e di Sébastien Faure ad Armando Borghi e Gianni Landi: tutto materiale raccolto e conservato da Turroni e, in tal modo, sottratto a probabile dispersione.
La prima serie di un «Bollettino» pubblicata dal Centro studi tra 1979 e 1981, ha ospitato i cataloghi di libri e opuscoli e di periodici e numeri unici posseduti dalla biblioteca . Sul terzo numero sono inoltre presentate due interessanti testimonianze conservate presso il Centro: una lunga memoria di Ugo Fedeli sugli Anarchici nella lotta contro il fascismo, ritrovata dattiloscritta tra le carte ricevute in donazione dalla moglie Clelia , e i quaderni di propaganda antifascista «L’Antistato», manoscritti e fatti circolare clandestinamente da Vincenzo Toccafondo con regolare cadenza mensile tra il 1929 e il giugno 1940 . Il quarto numero del bollettino dà notizia delle nuove accessioni per il biennio 1979-1980 e informa sul progetto di un dizionario biografico del movimento anarchico italiano che avrebbe dovuto strutturarsi sulle seguenti caratteristiche:

a)    circa un migliaio di voci che dovrebbero costituire 2 volumi di circa 4-500 pagine
b)    le biografie riguarderanno oltre ai militanti più noti anche quelle figure meno note che hanno svolto un ruolo, spesso importante, nelle lotte e nell’organizzazione del movimento
c)    il periodo di ricerca va dalla I Internazionale fino ai nostri giorni
d)    l’inclusione dei movimenti avverrà con il criterio-base dell’autodefinizione.

Alla realizzazione del dizionario, fortemente voluto da Leonardo Bettini, doveva contribuire un comitato tecnico-scientifico composto da Maurizio Antonioli, Nico Berti, Gino Cerrito, Vincenzo Mantovani e Claudio Venza, ma la morte dell’ideatore, nel 1982, ne arresta ogni ulteriore sviluppo. Il progetto sarà poi ripreso su altre basi e, oltre vent’anni dopo, portato a compimento con circa duemila voci biografiche, grazie al lavoro di un centinaio di ricercatori coordinati dalla Biblioteca “Franco Serantini” di Pisa . Lo stesso Bettini ha lasciato al Centro studi una collezione di circa 600 microfilm di testate anarchiche e libertarie in lingua italiana, raccolti nel corso delle sue ricerche bibliografiche.



Per una cultura libertaria

Le attività di promozione culturale in senso libertario, soprattutto nei primi anni, sono decisamente intense e assorbono gran parte delle potenzialità del Centro studi. Queste numerose e diversificate iniziative con il loro ampio ventaglio di argomenti trattati si sviluppano, come affermano i promotori,

sia come rivisitazioni delle radici storiche anarchiche, sia come sforzo costruttivo d’un immaginario libertario contemporaneo, come analisi del presente e feconda proiezione sul “qui ed ora” di un “altrove” etico ed estetico.

Seguendo un approccio interdisciplinare vengono organizzati diversi importanti convegni che si propongono come momenti di libero confronto tra militanti e studiosi provenienti da differenti impostazioni metodologiche e politiche. Particolare attenzione viene posta al respiro internazionale dei dibattiti, invitando relatori di diversi paesi e adoperandosi per la traduzione simultanea degli interventi, nella certezza che una feconda contaminazione senza frontiere possa giovare all’analisi teorica dell’anarchismo contemporaneo. Nonostante il silenzio dei mass-media gli incontri registrano una notevole affluenza di pubblico, anch’esso non omogeneo per posizioni politiche e culturali, tanto che al convegno sulla figura di Bakunin in cui, tra l’altro, viene annunciata la nascita del Centro studi, gli organizzatori sono costretti a installare degli altoparlanti in cortile poiché i quattrocento posti nella sala del veneziano Palazzo Sceriman si rivelano insufficienti ad accogliere i convenuti .
Sempre a Venezia, dove i milanesi possono contare sulla preziosa collaborazione dei gruppi anarchici di Dolo e “Nestor Machno”, in particolare di Elis Fraccaro, si apre nel 1978 un convegno internazionale organizzato in collaborazione con la rivista «Interrogations» e tenuto nell’aula magna della Facoltà di Architettura, dedicato alla tematica dei “nuovi padroni”: elemento cardine nell’analisi politica dei GAF . Lo schema interpretativo dibattuto tende a superare l’usuale concezione bipolare della lotta di classe per introdurre un modello tripartito: una classe dominata, una dominante e una in ascesa per il potere. In altri termini, alla dialettica tra sfruttati e sfruttatori si sovrappone un altro antagonismo, quello tra detentori e aspiranti al dominio, tra “vecchi” e “nuovi” padroni. I primi rappresenterebbero la tradizionale borghesia capitalistica, il cui privilegio deriva dalla proprietà dei mezzi di produzione, gli altri la nuova classe “tecno-burocratica” in lotta per il potere non in base alla proprietà, bensì alla “funzione”, cioè al possesso delle conoscenze indispensabili alla gestione dei grandi aggregati economici e politici . Tale chiave interpretativa permette anche il superamento della contrapposizione tra sistema sovietico e modello occidentale: nel primo caso i “nuovi padroni” raggiungono la fase più compiuta del loro dominio, gestendo monopolisticamente politica ed economia, nel secondo il potere tecno-burocratico è in ascesa, ma ancora intrecciato ai rapporti di sfruttamento tipici della borghesia capitalistica. I lavori del convegno si protraggono per tre giornate, le prime due con il consueto susseguirsi di relazioni, comunicazioni e dibattiti, l’ultima in forma di assemblea aperta per discutere in merito alle implicazioni del fenomeno tecno-burocratico sulla strategia rivoluzionaria del movimento anarchico e libertario.
Il Centro studi libertari propone poi altri due importanti momenti di riflessione collettiva su temi complessi e ricchi di sfumature interpretative. Il primo, nel 1979, è il convegno sull’“autogestione”, intesa allo stesso tempo come modello di società libertaria e, nonostante i tentativi di recupero da parte delle istituzioni per svuotarla dalla sua portata antiautoritaria, come modello organizzativo di transizione verso tale società. Alla rigida formula di un convegno viene preferita un’articolazione in cinque sessioni consecutive, introdotte da brevi interventi dei relatori e aperte a un’ampia discussione, intitolate, nell’ordine, “Utopia riformista o strategia rivoluzionaria?”, “Stato e anti-stato”, “Piccolo è bello”, “Uguaglianza e diversità”, “Qui e subito” . Il secondo incontro verte sulla valenza rivoluzionaria dell’“utopia” e sull’“immaginazione sovversiva” che la sostanzia nell’ottica, affermata da Bertolo in apertura dei lavori,

che, nella gran parte dei suoi significati, l’utopia rappresenta una dimensione ineliminabile e positiva dell’uomo – la dimensione della speranza, della volontà innovativa, della creatività – e, in particolare, che l’anarchismo debba criticamente ma senza complessi, esplorare e dilatare quella dimensione.

Occasione di confronto e dibattito sul tema dell’utopia era già stato, nel 1980, il seminario di Moulin d’Andé (Francia)  e, sempre a livello di collaborazioni internazionali, il Centro studi e il CIRA organizzano un programma di analisi e ricerca teorica sul ruolo del “potere” e sulla sua “negazione”, culminato nell’incontro di Saignelégier (Svizzera) dell’estate 1983 .
Tra fine anni ’70 e primi anni ’80 gli anniversari della scomparsa di alcune influenti personalità del movimento anarchico offrono l’occasione per ulteriori giornate di studio, volte più ad attualizzare il loro pensiero che a una semplice rievocazione, su Armando Borghi, Pëtr Kropotkin ed Errico Malatesta . Inoltre, ai convegni che vedono impegnati numerosi relatori e coinvolgono un ampio pubblico, i curatori del Centro studi avvertono l’esigenza di affiancare spazi seminariali di approfondimento, rivolti necessariamente a un limitato numero di partecipanti. Gli argomenti di volta in volta trattati vanno dai rapporti tra anarchismo e diritto a quelli tra anarchismo ed etica, dall’ecologia sociale all’analisi del totalitarismo, dai fondamenti del pensiero anarchico agli approcci libertari all’antropologia etc .
Altri incontri assumono invece una struttura di laboratori teorico-pratici come, ad esempio, il corso di grafica coordinato dal Gruppo artigiano ricerche visive di Roma, che ha quanto meno posto le basi per un utilizzo efficace, anche da parte dei militanti del movimento anarchico, dei codici e dei linguaggi della comunicazione visiva in campo politico. Un aspetto, quest’ultimo, sul quale il gruppo milanese ha insistito fin dai suoi esordi e le cui pubblicazioni, per prima la rivista «A», dimostrano l’evidente impegno nell’uscire dal grigiore e dalla serietà della stampa di movimento, con un notevole salto di qualità rispetto alla tradizione del secondo dopoguerra. Simili ricadute applicative ha il corso tenuto, diversi anni dopo, dal grafico Ferro Piludu e da Luciano Lanza, redattore responsabile di «Volontà» e caporedattore de «Il Mondo»: le lezioni prendono in considerazione le caratteristiche peculiari delle pubblicazioni periodiche, approfondendo le problematiche della progettazione complessiva della testata, gli aspetti della redazione testuale e grafica, dell’impaginazione e delle tecnologie di realizzazione, per spingere la stampa militante a una migliore valorizzazione del proprio messaggio . Sempre con la collaborazione di Piludu, questa volta insieme a Lucilla Salimei, un altro laboratorio operativo ha esplorato il settore della comunicazione audiovisiva, giungendo alla realizzazione da parte dei partecipanti di un programma di diapositive e suoni sincronizzati.
Tra le iniziative promosse dal Centro studi il massimo sforzo organizzativo è indubbiamente stato richiesto dall’Incontro anarchico internazionale tenuto a Venezia nel settembre 1984, realizzato in collaborazione con il CIRA svizzero e con l’Anarchos Institute di Montréal. Per un’intera settimana Venezia è invasa dal popolo anarchico, stimato in oltre tremila presenze provenienti da circa trenta paesi sparsi nei cinque continenti, rappresentanti delle diverse e perfino diversissime anime del movimento, dai giovani punk ai docenti universitari, dagli autonomen tedeschi agli esuli cileni, dagli anarcosindacalisti spagnoli in piena diatriba interna ai militanti giunti a testimoniare l’attività libertaria neozelandese piuttosto che coreana.
La settimana veneziana ruota attorno ai tre spazi allestiti in campo S. Margherita, campo S. Polo e alla Facoltà di Architettura. Il primo ospita il centro informazioni, la grande cucina in grado di distribuire ventimila porzioni accompagnate da tremila litri di buon vino scelto per l’occasione dall’enologo Luigi Veronelli, una mostra-mercato dell’editoria anarchica internazionale e il palco per concerti e spettacoli teatrali. Il tendone in campo S. Polo è adibito alle proiezioni di film e documentari e accoglie i pannelli delle mostre su “Arte e anarchia” e “Storia e geografia dell’anarchismo”, mentre i locali della Facoltà di Architettura sono il cuore del convegno di studi intitolato “Tendenze autoritarie e tensioni libertarie nelle società contemporanee” . Sotto il titolo volutamente generico il convegno sviluppa un’articolata gamma di tematiche, approfondite sia nelle sessioni plenarie sia nei numerosi seminari, tavole rotonde e gruppi di discussione, per osservare attraverso l’ottica libertaria le più attuali tendenze della realtà sociale nell’anno simbolo, il 1984, dell’incubo totalitario orwelliano .
A Venezia si va non tanto con l’intenzione di animare un “congresso di rifondazione” dell’anarchismo, piuttosto con la speranza di vedere i segnali di un momento di passaggio: dopo la vivace stagione degli anni ’60 e ’70, seguita da una critica fase di ripiegamento, sembra finalmente l’ora del salto di qualità, per superare la soglia oltre la quale presentarsi come “un vero soggetto di trasformazione sociale”. La profonda crisi attraversata dal movimento negli ultimi anni è infatti, paradossalmente, fonte d’ottimismo. Non solo perché, come scrive ironicamente Bertolo, il pessimismo vada lasciato per tempi migliori, ma soprattutto perché, se anche la “militanza” classicamente intesa sembra segnare il passo, non si prospetta invece il tramonto delle idee anarchiche, cioè di un anarchismo

che comprenda in sé la lotta ma anche la vita, che rifletta tutto ciò che nei comportamenti individuali e collettivi si muove in senso libertario ed in essi si rifletta.

L’Incontro di Venezia rappresenta dunque un importante punto di riferimento per la cultura anarchica e libertaria, matura per svincolarsi dalla zavorra di un anarchismo belle époque e interpretare autonomamente la società contemporanea, al punto che taluni, sull’onda dell’entusiasmo per la riuscita dell’iniziativa, si spingono fino a tracciare una linea di cesura tra anarchismo “pre-” e “post-” veneziano, limitato e moribondo il primo, rilanciato sulla strada di un radicale rinnovamento il secondo . Certamente innovative sono comunque state le modalità di organizzazione dell’incontro internazionale, gestite al di fuori delle strutture politiche del movimento, senza votazioni di ordini del giorno o mozioni congressuali, ma tali da dare vita a un evento collettivo caratterizzato dall’informalità e animato dalla “comunità militante” piuttosto che dal “partito dei militanti”:

per noi “Venezia 1984” è stato uno spartiacque [scrivono gli organizzatori del Centro studi a distanza di vent’anni] anche se ce ne siamo accorti dopo, quantomeno in tutte le sue implicazioni. Questa cesura tra un prima e un dopo si è in effetti giocata a livello d’immaginario: se è certamente vero che anche “prima” il nostro agire e il nostro sguardo sul mondo stavano cambiando di prospettiva, è solo “dopo” che lo slittamento è diventato evidente. L’incontro internazionale anarchico è stato quindi un catalizzatore di mutamenti in atto, peraltro già identificabili nelle premesse con cui era stato pensato e gestito l’evento. E infatti, il convocare le tante facce dell’anarchismo a un incontro che tutto era tranne un Congresso, che tutto cercava tranne una “linea”, era di per sé una modalità che segnava il distacco dalla visione precedente che avevamo dell’attività militante.



Elèuthera e dintorni.

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Dopo dieci anni di attività l’istituto va incontro a una formale scissione in due sezioni che, in ogni caso, continuano a convivere e interagire: da una parte il Centro studi, dall’altra l’Archivio, nella consueta sinergia di, rispettivamente, promozione e conservazione della cultura e della memoria libertaria . Sempre nel 1986 il Centro studi / Archivio cambia indirizzo, trasferendosi nell’attuale sede di via Rovetta e confermando l’apertura quotidiana dalle 17.00 alle 20.00 nei giorni feriali, poco dopo anticipata alle 14.00. La quota d’associazione, fissata a ventimila lire, garantisce l’accesso ai servizi, compresa un’attenta consulenza bibliografica, la riproduzione del materiale a prezzo di costo e un forte sconto sull’iscrizione ai seminari e sui titoli delle edizioni Antistato.
Quest’ultima casa editrice, fondata a Cesena da Pio Turroni e Luigi Damiani, si era trasferita a Milano nel 1975, portandosi dietro insieme a un risicato bilancio, “degli avanzi di magazzino per lo più invendibili e qualche credito per lo più inesigibile” . Il gruppo libertario curatore del Centro studi e promotore della cooperativa editrice “A” aveva definito, con Ferro Piludu, una veste grafica immediatamente riconoscibile e rinnovato il taglio editoriale, articolandolo in quattro collane principali (a cui se ne aggiungono altre minori e dei “fuori collana”): “Classici del pensiero anarchico”, la cui vitalità possa stimolare l’elaborazione contemporanea; “Anarchismo oggi”; “Segno libertario”, ospitante, appunto, contributi culturali di segno libertario e “Contro la storia”, collana di testi critici della vulgata storiografica ufficiale, che ripercorrono le vicende dei tentativi di emancipazione dentro, ma “contro” la storia (del potere) . L’esperienza, certamente ricca di stimoli culturali, si esaurisce dopo una decina di anni: l’Antistato cessa le proprie pubblicazioni per lasciare spazio alle nuove edizioni Elèuthera, iniziativa che ancora una volta vede in prima fila Amedeo Bertolo e Rossella Di Leo.
Il nome scelto, in greco “libera”, trae spunto dall’appellativo dato nel XVII secolo a un’isoletta delle Bahamas, stilizzata nel logo della casa editrice, da parte di un gruppo di eretici inglesi sfuggiti alle persecuzioni religiose, che erano lì approdati con l’intento di costruire una comunità “di liberi ed eguali”. Il progetto di base prosegue la linea di sempre: rinnovare e rilanciare l’anarchismo, elaborare un pensiero in grado di inserirsi saldamente nel dibattito culturale contemporaneo, cercando una feconda contaminazione con le culture libertarie e antiautoritarie. Pur essendone diretta filiazione, il catalogo Elèuthera presenta rimarcabili differenze con il precedente Antistato e, nel complesso, viene abbandonata l’impostazione prettamente militante. Come afferma il collettivo editoriale in una auto-intervista di fine anni ’80:

le edizioni Antistato rispondevano (prevalentemente, ma non esclusivamente) all’esigenza – non solo nostra ma di un movimento che risorgeva dopo anni di stasi – di riacquistare una memoria teorica e storica che era andata persa. Successivamente [emerge] come interesse prioritario il bisogno di definire una nuova identità anarchica che, pur traendo dalla tradizione i valori e le idee forza del suo essere e del suo agire, contemporaneamente è in cerca di nuovi modi, di nuove espressioni. Ed è appunto con questa prospettiva che nasce Elèuthera.

La nuova case editrice accanto alla distribuzione “militante” si affida anche ai canali commerciali . L’ambizione è di parlare a un ampio pubblico, rivolgendosi al lettore dell’area culturale libertaria in cerca di riflessione e approfondimento in diversi ambiti disciplinari e facendosi portatori di una programmatica apertura a temi e autori del panorama internazionale. I titoli proposti superano oggi le 180 unità, con circa quindici nuove uscite ogni anno, e toccano il campo politico, filosofico, economico, sociologico, geografico, antropologico, artistico, fino a una collana di “narrativa libertaria” che non ha però eguagliato i livelli di vendita della produzione saggistica. Tra gli autori maggiormente richiesti figurano Murray Bookchin, Albert Camus, Noam Chomsky, Kurt Vonnegut, Colin Ward e, soprattutto, Marc Augé, la cui analisi antropologica applicata alla vita quotidiana occidentale si è imposta all’attenzione del pubblico con Nonluoghi e Un etnologo nel metrò, giunti nell’ordine alla decima e alla nona ristampa .
Dal 2004 la casa editrice ha aperto un sito internet di e-commerce, che sembra offrire buone prospettive a giudicare dagli oltre sessantamila accessi conteggiati nel primo anno; sul sito è inoltre possibile scaricare testi completi e altri materiali minori non coperti da diritti d’autore e rilasciati sotto licenza copyleft , che rispecchia le aspirazioni libertarie di Elèuthera e la sua visione del mondo editoriale:

gli editori possono trarre solo benefici dalla circolazione dei loro testi, non ha alcun senso interpretare la libera riproducibilità delle conoscenze come mancati introiti. Se l’unica libertà che interessa è quella del profitto, meglio tacere.

Fin dai suoi esordi Elèuthera ha lavorato in sintonia con le scelte culturali della rivista «Volontà», anch’essa parte integrante della famiglia editrice “A”. La testata nasce come mensile a Napoli nel 1946, sulle ceneri de «La Rivoluzione libertaria» e «Risveglio libertario», per iniziativa di Giovanna Berneri e Cesare Zaccaria che ne fanno il principale strumento di dibattito teorico del movimento anarchico di lingua italiana. A metà anni ’50 Zaccaria si allontana dall’anarchismo per passare, o meglio per ritornare, all’area liberale e con la morte di Giovanna Berneri, nel 1962, inizia un periodo di ripiegamento che spinge «Volontà» a isolarsi progressivamente dalla vivace scena culturale libertaria. Mentre le lotte degli anni ’60 e ’70 portano alla ribalta fermenti antiautoritari, le colonne della rivista sembrano estraniarsi dall’attualità e, a partire dal 1969, anche la periodicità viene ridotta diventando bimestrale. Si succedono diversi redattori, da Giuseppe Rose (Cosenza) a Vincenzo Di Maria (Catania), da Aurelio Chessa (Pistoia) a Roberto Tronconi (Verona), ma solo nel 1977 con il collettivo redazionale di Valdobbiadene (TV) guidato da Francesco Codello e la nuova impostazione grafica curata da Ferro Piludu, la rivista inizia un percorso di rinnovamento per uscire dalla marginalità in cui si era arenata.
Il ritrovato spessore teorico, al prezzo di un’ulteriore riduzione della periodicità, si stabilizza con il passaggio pochi anni dopo al gruppo libertario milanese della cooperativa “A” che, appena conclusa l’esperienza di «Interrogations», imposta la rivista forgiandole un ben preciso ruolo nel campo dell’editoria anarchica:

il che, secondo noi [scrivono i redattori nel primo editoriale], significa cercare di fare una rivista che, fedele al patrimonio storico-ideologico dell’anarchismo, si apra agli apporti del pensiero libertario contemporaneo, si arricchisca nel confronto con i filoni più interessanti delle scienze sociali. [...] Noi crediamo che oggi in Italia (e non solo in Italia) vi sia bisogno di una rivista di questo genere, che l’intero movimento anarchico ne abbia bisogno e non un pugno di intellettuali perché se non vi è teoria senza prassi non vi può essere prassi senza teoria, se non cieca, contraddittoria e senza prospettive di lungo periodo.

A partire dal 1987, e per ancora una decina di anni, «Volontà» si presenta come una collana di antologie monografiche rivolte all’approfondimento dell’identità anarchica e dei grandi temi della cultura contemporanea . L’eredità della rivista, cessata nel 1996, verrà poi raccolta da «Libertaria», anch’essa diretta da Luciano Lanza, il cui approccio “originale e disincantato” sintetizzato dal sottotitolo il piacere dell’utopia mira a tracciare inedite interpretazioni del presente recependo le sollecitazioni della cultura libertaria internazionale.



Nuove acquisizioni e nuove attività

Negli anni immediatamente precedenti e seguenti il trasloco in via Rovetta, l’Archivio “Pinelli” riceve almeno altre quattro importanti donazioni, che vanno a costituire altrettanti fondi documentari .
Raffaele Schiavina, direttore del periodico italo-americano «L’Adunata dei Refrattari» dal 1927 al 1972, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Max Sartin, fa dono all’istituto nel 1985 di un centinaio di fotografie relative all’emigrazione italiana negli Stati Uniti e di alcune decine di rari opuscoli in lingua italiana pubblicati a Parigi e oltreoceano tra gli anni ’20 e gli anni ’70. Una biblioteca di circa 400 volumi di argomento politico, buona parte in lingua francese e spagnola, è invece stata donata all’Archivio, e qui mantenuta con una collocazione separata, dopo la morte della proprietaria Eliane Vincileone, già modella di Christian Dior, creatrice e artigiana di moda, attiva nel gruppo anarchico milanese ai tempi di «Materialismo e libertà» e per tutti gli anni ’60.
Altro importante materiale riguarda l’anarchico Bartolomeo Vanzetti, emigrante italiano negli Stati Uniti, giustiziato nel 1927 insieme a Nicola Sacco dopo una vera e propria farsa processuale e nonostante un’imponente mobilitazione internazionale a loro sostegno. Il fondo è stato donato dalla sorella di Vanzetti, Vincenzina, che ha dedicato lunghi anni della sua vita all’impegno per ottenere una riabilitazione postuma dei due anarchici, effettivamente pronunciata nel 1977 da parte del governatore del Massachusetts. Le carte, depositate in originale presso l’Istituto storico della Resistenza di Cuneo e in fotocopia al “Pinelli” e all’Archivio “Famiglia Berneri – Aurelio Chessa”, comprendono documenti personali di Bartolomeo Vanzetti, ritagli di giornale e oltre un migliaio di lettere, sia degli anni ’20 sia relative alla riapertura del caso nel dopoguerra, ordinate alfabeticamente, e all’interno cronologicamente, secondo il nome del mittente o del destinatario.
La quarta donazione consiste in una collezione di testate politiche degli anni ’30 e ’40, in gran parte di indirizzo anarchico, ricevuta nel 1992 da Luce Fabbri; tra i pezzi più interessanti le raccolte di «Giustizia e libertà» e de «La Revista blanca», oltre a diversi numeri unici pubblicati a Parigi negli ambienti degli esuli antifascisti.
Insieme al materiale archivistico, il patrimonio complessivamente posseduto nei primi anni ’90 conta circa 5.000 volumi e 900 periodici, dei quali 600 in microfilm e 50 in corso di pubblicazione. Il “Pinelli” conservava allora anche alcune mostre, oggi smontate, allestite dal Centro studi nel corso degli anni e rese disponibili al noleggio per nuove esposizioni. Due dei soggetti illustrati, “Arte e anarchia” e “Storia e geografia dell’anarchismo”, avevano già stanziato sotto il tendone dell’Incontro internazionale di Venezia; gli altri ripercorrono la biografia di Errico Malatesta in 73 immagini bianco e nero e le vicende della Rivoluzione e della guerra civile spagnola . Infine, l’ultima serie di fotografie montate su pannelli presenta un ciclo di 28 disegni a penna, eseguiti dall’artista Camille Pisarro nel 1889, ispirati al dramma della questione sociale e alle turpitudini (dal titolo del ciclo: “Turpitudes sociales”) della società capitalistica, con chiari riferimenti non solo a un generico messaggio di protesta ma anche a precisi temi della propaganda anarchica .
Per quanto riguarda il lavoro di catalogazione, il sistema artigianale adottato inizialmente viene soppiantato agli inizi degli anni ’90 da modalità maggiormente professionali. I dati bibliografici sono inseriti sul programma File Maker Pro, letto da computer Macintosh, mentre le schede cartacee sono divise tra monografie e periodici e ordinate alfabeticamente per autori e titoli. Curatori e responsabili dell’istituto sono in questo periodo Amedeo Bertolo, Rossella Di Leo e Luciano Lanza, coadiuvati da Furio Biagini per la catalogazione, Ornella Buti per il bollettino che inizia le pubblicazioni nel 1992, Roberto Gimmi per l’archivio iconografico e Marina Padovese per le mostre.
Non si arrestano nel frattempo le attività culturali del Centro studi, che organizza nuovi seminari su tematiche quali l’architettura, l’urbanistica, il municipalismo libertario e le origini storiche dell’anarchismo, rintracciabili, quest’ultime, nella temperie illuminista o, in maniera meno ortodossa, in altre tradizioni culturali come il cristianesimo ereticale o l’ebraismo laico . Per diversi mesi, inoltre, si anima un vero e proprio laboratorio artistico e teatrale i cui partecipanti, sotto la supervisione di Enrico Baj, realizzano sagome in legno di “mostre ordinari e straordinari” che prendono vita in una performance teatrale rappresentata alla Facoltà di Architettura di Milano.
In quanto a collaborazioni internazionali il Centro studi partecipa al convegno di Lione promosso nel 1987 dall’Atelier de création libertaire sulla “crisi” del femminismo e le derive, spesso poco condivisibili per chi si richiama a valori libertari, del movimento femminista:

superare questo impasse [affermano i promotori del convegno] cui è giunto il movimento femminista è uno degli obiettivi di questa riflessione, che si propone di partire dalla disuguaglianza sessuale per arrivare ad una critica più articolata e globale della gerarchia, superando l’angusto ambito di interessi cui una certa cultura femminista aveva spinto l’analisi della disuguaglianza sessuale.

Alcuni anni dopo i milanesi sono coinvolti nel supportare l’organizzazione dell’Esposizione anarchica internazionale di Barcellona, un happening culturale promosso dallo storico Ateneu enciclopèdic popoular e da altri istituti libertari spagnoli, venuto a colmare il vuoto di circa dieci anni dall’ultima occasione di simile incontro e confronto per il movimento anarchico internazionale, ovvero da “Venezia-1984”. Nelle due settimane di apertura numerose iniziative ruotano attorno al dibattito centrale su “L’anarchismo davanti alla crisi delle ideologie” e alle quattro esposizioni documentarie: “Presenza internazionale dell’anarchismo”, “Francisco Ferrer e la Scuola moderna”, “Arte e anarchia”, “L’anarchismo iberico” .
Nel 1992, come già accennato, viene dato alle stampe il primo numero di un bollettino semestrale curato dall’Archivio “Pinelli” che già alla seconda uscita si presenta con una rinnovata veste grafica, valorizzato da numerose illustrazioni e materiali fotografici. Il periodico nel corso degli anni si arricchisce progressivamente di contenuti, accoglie informazioni sulle attività di ricerca dell’istituto, presenta materiali rari o inediti conservati in archivio, segnala novità editoriali e “appuntamenti” di interesse per il lettore libertario, offre spazio a biografie, recensioni, elenchi bibliografici e brevi saggi di ricerca. In sostanza, il bollettino rispecchia le finalità dell’istituto, vuol essere strumento di conoscenza del particolare materiale conservato e, insieme, garantire visibilità agli studi condotti su tale materiale o, comunque, interessanti la memoria storica dell’anarchismo e le tematiche care alla cultura libertaria. Nelle sue pagine, secondo le intenzioni dei curatori, devono trovare spazio sia la Storia che le storie, con lo sguardo rivolto al passato ma senza perdere di vista il presente:

si parlerà, come è ovvio, di grande Storia (quella con la maiuscola), dei suoi protagonisti famosi e dei suoi eventi clamorosi, ma anche di piccole storie individuali, di persone e fatti poco noti che hanno però costituito il tessuto connettivo di questa grande Storia.
Rivisitazione del passato remoto dunque, ma anche esplorazione del passato prossimo con qualche puntata sul presente, travalicando al contempo i confini delle tradizioni culturali per indagare sulle diverse espressioni assunte dall’anarchismo contemporaneo grazie alla feconda interrelazione con i tanti movimenti libertari nati un po’ dappertutto nell’ultimo mezzo secolo.


Un aspetto degno di merito del bollettino, difficilmente rintracciabile in pubblicazioni similari, è la capacità di oltrepassare gli stretti orizzonti del proprio istituto di riferimento, per prestare attenzione alla rete di biblioteche, archivi e centri studi del movimento anarchico italiano e internazionale. A cominciare da un semplice, ma basilare e forse indispensabile, censimento descrittivo di queste realtà, portato a termine nei primi anni ’90, ripreso per la sola area italiana dalla rivista «A» e mai, finora, ulteriormente aggiornato . Una prima e promettente linea di collaborazione denominata “mutuo soccorso” viene purtroppo solamente abbozzata, quindi lasciata cadere: l’idea era quella di strutturare uno scambio di informazioni e materiali bibliografici utili per completare collezioni o per sviluppare ricerche in corso.



Resistenza e Rivoluzione spagnola

In occasione del cinquantesimo anniversario della Liberazione, nell’aprile 1995, il Centro studi collabora con la Fondazione “Anna Kuliscioff” nell’organizzare una giornata di riflessioni sul contributo dato da anarchici e libertari alla lotta di Resistenza, incentrata in particolare sull’esperienza delle Brigate “Bruzzi-Malatesta” inquadrate all’interno delle formazioni socialiste “Matteotti”. Le relazioni presentate al pubblico ripercorrono una lotta antifascista che non si apre nel 1943, ma almeno vent’anni prima con la resistenza armata degli Arditi del popolo allo squadrismo, quando il movimento anarchico si ritrovò solo a incoraggiare questa forma di autodifesa proletaria, mentre i partiti politici della sinistra, per svariati motivi, cercavano di frenarne la crescita. Lotta antifascista che continua sotterranea in esilio e al confino, riemerge nella partecipazione di molti volontari alla guerra di Spagna e quindi nella scelta di prendere le armi dopo l’8 settembre 1943: in alcune zone dove il movimento anarchico aveva solide radici, come Carrara, Pistoia, la Lombardia e la Liguria, nascono formazioni partigiane composte esclusivamente, o quasi, da militanti libertari; altrove gli anarchici si aggregano alle Brigate “Garibaldi”, di indirizzo comunista, alle “Matteotti”, socialiste, o a quelle di Giustizia e libertà.
L’Archivio “Pinelli” dedica l’intero quinto numero del proprio bollettino alla Resistenza degli anarchici, pubblicando ampi stralci di una memoria inedita di Ugo Fedeli, ai quali si aggiunge altra documentazione sull’attività svolta dalla Brigate “Bruzzi-Malatesta”, comprendente l’elenco dei partigiani, brevi note biografiche di alcuni dei caduti e brani di due interviste curate dal Centro studi nel 1977 a Mario Mantovani e Mario Orazio Perelli, comandante e vice-comandante delle Brigate operanti nel milanese (gli altri responsabili delle “Bruzzi-Malatesta” erano Germinal Concordia e Antonio Pietropaolo).
La meritoria raccolta di testimonianze orali consente inoltre la realizzazione del video-documentario Gli anarchici nella Resistenza , un racconto collettivo condotto sul filo di una rigorosa ricostruzione storiografica, che lascia spazio alla viva voce degli ultimi protagonisti non ancora scomparsi:

gli anarchici che parteciparono alla Resistenza sono infatti per la maggior parte la stessa generazione che si è opposta al fascismo già all’inizio degli anni ’20. E questo spiega la difficoltà incontrata in una ricerca iniziata […] troppo tardi: molta della memoria storica che riguarda questo periodo se n’è andata con quella generazione di anarchici morti tra il 1960 e il 1980.

Dopo l’attività di ricerca sulla Resistenza si apre un anno denso di anniversari: il 1996 segna infatti i vent’anni dalla fondazione del Centro studi e nell’ambito dell’editrice “A” si accavallano i cinquant’anni di «Volontà», i venticinque della rivista anarchica «A» e i dieci delle edizioni Elèuthera. Ma, piuttosto che adagiarsi su queste tappe simboliche, i curatori dell’istituto dedicano rinnovate energie al tema della Rivoluzione e della guerra civile spagnola del 1936-’39. La ricostruzione di quegli avvenimenti era infatti andata incontro a un decisivo punto di svolta grazie al film Terra e libertà del regista Ken Loach, in grado di penetrare all’interno dello schieramento antifascista per coglierne contraddizioni e conflitti, facendo in tal modo emergere la rivoluzione sociale in atto, con la sua carica libertaria, contrastata dalla linea politica filo-sovietica e autoritaria del Partito comunista:

la rottura immaginaria e storiografica provocata da quel film ha consentito di rimettere in discussione eventi, situazioni, personaggi che fino a qualche tempo fa erano stati espulsi dalla memoria della sinistra.

Alla memoria storica dell’utopia spagnola, il Centro studi / Archivio dedica una giornata di dibattiti , gran parte dell’ottavo fascicolo del proprio bollettino e la riedizione di uno storico video-documentario con immagini girate tra 1936 e 1937 da operatori del Sindacato de la industria del espectaculo di Barcellona (aderente alla CNT). Il film, originariamente intitolato Fury over Spain, era stato montato per richiamare la solidarietà internazionale antifascista, a metà anni ’70 con una nuova colonna sonora era stato rimesso in circolazione dal Comitato Spagna libertaria di Milano; le stesse immagini corredate dall’inedito commento a cura di Pino Cacucci sono quindi riproposte dal “Pinelli” in formato VHS, con sottotitolo: l’utopia si fa storia .
Non riesce invece, principalmente a causa di difficoltà finanziarie, l’impresa di realizzare un ulteriore documentario strutturato sulla base di una serie di video-interviste ad anarchici francesi protagonisti del Maggio ’68. Le riprese effettuate nel novembre 1997 sono comunque conservate e disponibili in Archivio.



Una storia che continua

L’impegno nell’incremento della dotazione documentaria procede negli anni con costanza e non manca qualche fortuita acquisizione, come la prima edizione italiana de La capacità politica delle classi operaie di Pierre-Joseph Proudhon, prontamente ripescata da una campana per la raccolta della carta da macero .
Una donazione significativa, tra le più consistenti attualmente possedute dall’Archivio, giunge da Ancona nel 1995 alla morte di Luciano Farinelli. Le quaranta scatole ricevute tramite Fernanda Bonivento, compagna di Farinelli, contengono documentazione e corrispondenza relative all’attività politica del possessore e comprendono anche materiali provenienti dal centro culturale Casa “Malatesta” di Ancona, nonché il notevole archivio del periodico «L’Internazionale», fondato nel 1966 come organo dei Gruppi di iniziativa anarchica e diretto ininterrottamente da Farinelli per circa un quarto di secolo. Sui contenitori giunti in condizioni di deterioramento Lorenzo Pezzica ha condotto un primo intervento di recupero, sostituendoli, e ha allo stesso tempo suddiviso fisicamente il materiale individuando cinque categorie: corrispondenza, giornali e periodici, libri, opuscoli e documenti iconografici. Prima di procedere al riordino e all’inventariazione sono comunque previste ulteriori operazioni di stiratura e restauro delle carte.
Negli anni seguenti si registrano gli ingressi di altri fondi archivistici e bibliotecari: una raccolta di libri e di corrispondenza appartenuti a Otello Menchi, attivo sulla scena anarchica milanese a partire dall’immediato dopoguerra; parte della cospicua collezione di Michele Corsentino, giunta da Londra dove lo scrittore e militante anarchico si era trasferito nel 1958, priva purtroppo del nucleo di carte più interessanti relative a Paolo Schicchi e all’anarchismo siciliano ; la documentazione di Agostino Raimo sul movimento anarchico pugliese corredata da una raccolta di libri; la donazione di Bruna Casata consistente in alcune centinaia di monografie di argomento anarchico e libertario e in diversi numeri dei periodici «Fede!» (Roma, 1923-1926), «Il Libertario» (Milano, 1945-1961) e «Il Martello» (New York, 1916-1946); quattordici fascicoli di corrispondenza risalente agli anni ’50 tra Giuseppe Mascii e gli individualisti E. Armand e Tito Eschini.
Accanto alle generose donazioni la vita dell’Archivio conosce anche situazioni decisamente meno gradevoli. Alla fine degli anni ’80, ad esempio, il militante anarchico e appassionato di teatro Augusto Micelli, già fondatore nel 1924 della rivista «Theatralia» soppressa dal regime nel 1927, ormai ultracentenario aveva affidato agli eredi il compito di consegnare la propria biblioteca privata al “Pinelli”, predisponendo anche un accurato elenco dei pezzi. La sua volontà, in assenza di disposizioni testamentarie scritte, viene però tradita dal genero, che preferisce vendere la raccolta a una libreria antiquaria:

riferiamo la vicenda [scrivono i curatori dell’Archivio] perché i compagni ne traggano insegnamento dato che, oltretutto, non è il primo caso del genere. Nonché l’etica anarchica, neppure la correttezza sembra essere caratteristica sempre presente tra gli eredi. Ahinoi, meglio un borghese testamento, sembra doversi concludere. Con tristezza.

Un altro sfogo di amarezza è causato dal dolente problema delle sottrazioni, messe in atto, qui come altrove, per lucro, per il piacere di collezionisti senza troppi scrupoli o per disarmante comodità personale:

tutte le biblioteche sono notoriamente luoghi dove si perpetrano furti. Ci eravamo illusi che una biblioteca anarchica ne sarebbe stata immune e nella nostra ingenuità abbiamo a lungo avuto una gestione aperta, disponibile. Poi abbiamo cominciato a renderci conto di titoli mancanti, di microfilm mancanti, di numeri di collezioni mancanti… Abbiamo chiuso a chiave gli armadi, abbiamo ridotto la disponibilità, ci siamo ritrovati a dover assumere un ruolo che non era nei nostri intenti: quello di controllori. Custodi di un patrimonio culturale dell’anarchismo, sì, controllori no. […] È giusto chiarire che non stiamo parlando di un fenomeno devastante, ma solo di un malcostume decisamente limitato, e tuttavia intollerabile: c’è il tizio a corto di liquidi che frega il pezzo d’antiquariato per rivenderlo al migliore offerente, il bibliomane che sottrae il pezzo raro per contemplarlo onanisticamente nel chiuso della sua biblioteca, lo studente che ritaglia (letteralmente) l’articolo di giornale o la foto che gli serve per la sua tesi (in un’epoca in cui la riproduzione di testi e immagini è alla portata di tutti), per poi magari buttare il ritaglio a lavoro finito… insomma la casistica è varia, ma il risultato è lo stesso: si sottrae qualcosa alla comunità per piccoli vantaggi personali.

Negli ultimi dieci anni le attività di ricerca e promozione culturale hanno continuato a mantenere il loro ritmo sostenuto e un’elevata qualità degli interventi. Tra gli incontri di studio si possono ricordare la giornata dedicata alle lucide riflessioni di Errico Malatesta, che ne ispirano il titolo: “Il buon senso della rivoluzione” , i seminari di metodologia storiografica sull’utilizzo delle fonti di polizia e delle fonti orali per la ricostruzione della storia dell’anarchismo, i cui atti sono stati raccolti nel primo numero dei “Quaderni del Centro studi libertari – Archivio Pinelli” , o, ancora, il convegno di studi in occasione dei novant’anni dell’Unione sindacale italiana (USI) . Inoltre, il Centro studi ha recentemente ripreso la propria tradizione dei grandi incontri di portata internazionale con due convegni sui rapporti tra anarchismo ed ebraismo  e sullo scienziato Élisée Reclus.
Il primo, organizzato in collaborazione con il CIRA di Losanna nel 2000, ha affrontato la storia dell’incontro tra anarchici ed ebrei, o meglio tra la radicalità dell’anarchismo e la spiritualità ebraica, intrisa di aspirazioni messianiche di redenzione: una consonanza ancora poco conosciuta e poco studiata, che parte dalla cultura yiddish dell’Europa orientale e segue le rotte dell’emigrazione ebraica in Francia, Inghilterra, Stati Uniti e successivamente Argentina, dove il nascente movimento operaio ebraico trova negli anarchici i principali organizzatori. In Europa non è riscontrabile un simile fenomeno, data la maggiore integrazione degli ebrei nella realtà sociale ed economica, mentre la tradizione comunista libertaria, l’associazionismo mutualistico e il federalismo sono tutti aspetti che riemergeranno nelle strutture organizzative dei kibbutzim israeliani . Il secondo convegno, organizzato nel 2005 dall’Istituto di geografia dell’Università di Milano-Bicocca e fortemente voluto da Marcella Schmidt di Friedberg, ha visto la preziosa collaborazione del Centro studi nell’approfondire l’opera del geografo anarchico Élisée Reclus, precursore di una geografia non solo descrittiva e attenta ai confini degli Stati-nazione, bensì aperta allo studio del rapporto tra uomo, società e natura e alle sue implicazioni sociologiche, culturali, ecologiche e politiche .
La presenza sul web data dal 1998 con un primo sito creato grazie a Umberto Montefameglio , rinnovato due anni dopo da Alex Steiner ed Edy Zarro , mentre a partire dal 2003 le pagine internet del “Pinelli” sono raggiungibili da due differenti indirizzi di facile memorizzazione: e . A livello di contenuti, che non hanno conosciuto sostanziali modifiche negli anni fatta eccezione per la recente disponibilità full text del «Bollettino», il sito offre una breve presentazione delle origini e delle attività del Centro, alcune informazioni a carattere generale sul patrimonio posseduto e i cataloghi allestiti, una bibliografia di base per orientarsi all’interno del pensiero anarchico curata da Salvo Vaccaro , e altre notizie sulle pubblicazioni e le iniziative dell’istituto. Il “Pinelli” conserva attualmente 17 fondi archivistici, un archivio iconografico-fotografico di circa 2.000 documenti, 150 registrazioni di interviste, convegni e dibattiti pubblici; la biblioteca, censita nel Catalogo delle biblioteche d’Italia , è giunta ad accogliere circa 1.500 testate di periodici, per le quali esiste una sommaria catalogazione cartacea, e 8.000 selezionate monografie, catalogate con software CDS/ISIS anche se i record bibliografici non sono ancora stati messi a disposizione né sul proprio sito internet, né in cataloghi collettivi interrogabili in rete. Una vasta schiera di collaboratori in campo italiano e internazionale affianca Amedeo Bertolo, Rossella Di Leo, Lorenzo Pezzica, Cesare Vurchio, Luciano Lanza, Gaia Raimondi, Andrea Breda, Andrea Staid e Roberto Gimmi che portano avanti quotidianamente le attività dell’istituto, senza percepire finanziamenti istituzionali.