
A chi serve la donna-vittima
di Ariane Gransac
fonte: «A rivista anarchica», numero 122, 1984.
Vista la fase di «raffreddamento» in cui attualmente versano le lotte delle donne, mi sembra non solo che sia giunto il momento di effettuare una necessaria e approfondita riflessione e un serio bilancio (per cercare di trarre insegnamento dagli aspetti positivi e negativi di quest'ultimo decennio), ma che sia necessario cercare di demistificare l'Idea della Donna e della sua «condizione» nella nostra società. Arduo compito!
Non pretendo affatto di compiere qui un simile bilancio e neppure un'analisi approfondita; non solo perché richiederebbero molto tempo e notevole impegno, ma anche perché penso che questo compito spetti all'insieme delle persone che se ne sentono coinvolte, utilizzando l'apporto di ciascuno e di ciascuna.
E' dunque nell'ambito di una riflessione più limitata che vorrei soffermarmi su un punto che, a mio avviso, ha condizionato negativamente lo sviluppo del «femminismo». Mi riferisco alla rivendicazione femminista fondamentale del nostro tempo: quella del diritto per le donne di avere la stessa importanza dell'uomo nel sistema sociale; una rivendicazione che sembra tendere verso l'uguaglianza ma che invece, nella realtà della società attuale, fa entrare le donne nel sistema di valori precedentemente riservato agli uomini. E il movimento femminista, presentando questa forma di valorizzazione come se fosse un «progresso» nella direzione dell'uguaglianza e della liberazione, ha contribuito, consciamente o inconsciamente, a fornire una motivazione supplementare alle donne per integrarsi nel sistema di valori dominanti.
In merito alla «liberazione delle donne» è stata proprio quest'insistenza nel rivendicare il diritto alla stessa importanza dell'uomo che mi ha fatto prendere coscienza della contraddizione implicita nel fatto di presentare - anche da parte dei movimenti femministi più radicali - i processi di valorizzazione come una liberazione. Mi sembra infatti evidente che questa contraddizione è la stessa in cui cadono tutti i movimenti politici che si pongono come obiettivo la fine del potere dell'uomo sull'uomo passando attraverso il rafforzamento di questo potere e quindi del potere statale. Eppure ci sono alcuni che si ostinano ad affermare di volerlo far deperire successivamente... fino alla sua definitiva estinzione, malgrado la recente esperienza storica abbia abbondantemente dimostrato che questa illusione è un grossolano errore e la peggiore delle utopie.
E tutto questo induce a porsi una serie di domande sgradevoli ma inevitabili: dove può condurci questo processo? come si articola? quale dialettica e quali meccanismi ci permettono di viverlo senza spirito critico e come un «progresso»?
Sono convinta che le risposte a queste domande siano fondamentali per comprendere la natura e la temporalità della contraddizione che attraversa e condiziona i movimenti di «liberazione» quando non si pongono nell'ottica di una negazione radicale delle strutture di dominio.
Ad esempio, anche fra le donne libertarie e anarchiche, questa contraddizione (tra «valorizzazione» e «liberazione») si ripresenta in numerosi testi di rivendicazioni puntuali, così come nei rapporti conflittuali con i compagni di fronte al problema del «maschilismo» e della «discriminazione delle donne» all'interno del movimento, pur continuando ad affermare «che si tratta di arrivare ad una società libera per tutti secondo il progetto libertario» e che «il nostro scopo finale non è solo la donna ma la persona intesa in senso globale, indipendentemente dal suo sesso o comportamento sessuale».
In effetti il femminismo nel suo insieme ha contribuito alla diffusione dell'idea che la «liberazione» della donna consistesse, in gran parte, nel rifiuto del suo isolamento nella quotidianità domestica imposto «dagli uomini».
Io credo invece che il fatto di porre il problema della liberazione della donna in questi termini abbia rafforzato il concetto della donna vittima, della donna vittima dell'uomo, che ha segnato profondamente e per molti secoli l'intero immaginario sociale: vale a dire ciò che ha definito il concetto di normalità in questi ultimi decenni e che evidentemente ha assimilato la «devianza» delle femministe a quella delle donne «criminali e delinquenti», poiché nell'un caso come nell'altro «bisogna punire gli uomini», perché «le donne sono costrette dalla violenza degli uomini...», ecc.. In effetti il fatto di presentare le donne come vittime di cui bisogna perdonare i crimini ha rafforzato l'atteggiamento protettivo degli uomini, poiché anche quando la donna si rivolta per denunciare l'ingiustizia della sua situazione presentandosi come vittima, essa può si trovare ascolto, ma di fatto rafforza la posizione dominante degli uomini. Solo quando questa norma viene rifiutata, come per le devianti «criminali e delinquenti», la donna è qualificata come «virile», «mascolina», anormale e quindi pericolosa. Questa confusione è prevalsa nel corso di tutte le lotte femministe...
Ma questa concezione della donna come vittima non impedisce forse una vera presa di coscienza? Se infatti la donna è ciò che l'uomo ha voluto che fosse, questa dipendenza e questa inferiorità la assolvono da qualunque responsabilità nei confronti delle sue limitazioni.
Per molto tempo la donna è rimasta in un atteggiamento di accettazione passiva che si è tradotto in un conformismo esterno ed interno, facendone il pilastro della continuità del sistema e della sua stessa condizione. Ma, curiosamente, il declino della produzione domestica ha portato le donne ad interrogarsi sul loro ruolo all'interno di questa sfera domestica e di conseguenza sul loro posto nella società esterna.
In un certo senso la donna ha accettato la sua subordinazione finché l'ha vissuta come un ruolo vitale, essenziale. Essendo primordiale la sua funzione nella famiglia, la sua subordinazione le dava un potere nella sfera domestica: essa aveva l'autorità del ruolo - un'autorità che non doveva neppure esigere perché era insita nel ruolo stesso. Bastava dimostrare di essere adatta ad occuparlo. La valorizzazione consisteva nell'essere nella «norma» e nel mostrarsi capaci di svolgere la propria funzione, una funzione alla portata di tutte le donne, di qualunque donna.
Ma con l'evoluzione della società, il ruolo delle donne ha subito una svalorizzazione poiché non era più necessario, vitale, che esistessero persone formate e consacrate per tutta la loro vita a questa funzione. Ecco quindi apparire un sentimento di perdita di identità, di non-riconoscimento, di vuoto (paragonabile, forse, alla situazione degli operai nel momento in cui vengono sostituiti nella produzione dalle macchine... ). Trovandosi inoltre obbligate a passare da una sfera ad un'altra, ad adattarsi alla vita extra-domestica, le donne si trovavano necessariamente di fronte a un nuovo interrogativo: quale ruolo? quale posto? Nella sfera domestica in cui era relegata, la donna esisteva e non doveva fare ricorso a una valorizzazione specifica di sé (in quanto essere unico, diverso e distinto dagli altri). Al contrario, non era obbligata a dimostrare di valere quanto le altre, bastava che fosse nella norma, poiché essa veniva definita dalla sua funzione che serviva l'interesse collettivo. Ora, poiché nella sfera extra-domestica questa valorizzazione è in genere quella dei subordinati, va da sé che anche all'esterno la maggioranza delle donne si trovi relegata in posti non importanti. Esse restano subordinate come nella sfera domestica, ma senza compensazione di ricoprire un ruolo vitale e, di conseguenza, senza «autorità».
Inoltre, dal momento che l'integrazione si compie lentamente, le donne hanno il tempo di adattarvisi poiché secondo le leggi dell'economia psichica una volta acquisita una abitudine non si affermano nuovi comportamenti sinché l'individuo non è convinto che essi sono di gran lunga superiori ai precedenti, oppure che questa è la sola forma di adattamento possibile.
Da questo punto di vista il movimento femminista ha contribuito, coscientemente o incoscientemente, a fornire alle donne le motivazioni per integrarsi nel sistema di valori dominante e quindi a spingerle a rivendicare l'accesso ai ruoli direttivi, cioè ai ruoli considerati importanti. Ma per riuscirvi esse devono entrare in un processo di valorizzazione individuale di se stesse, della loro unicità, e necessariamente nel sistema di valori precedentemente riservato agli uomini. Oggi le donne si ritrovano quindi subordinate e senza ruolo vitale sia all'interno della sfera domestica sia all'esterno. Da qui la frustrazione...
Ciò significa che la ricerca dell'attribuzione di importanza per ritrovare un valore è anche la ricerca di un potere per essere riconosciute. L'affermazione dell'Io, dell'Uno, nell'interesse personale, porta quindi al rafforzamento della Norma e di conseguenza dello Stato. Poiché dal momento in cui si decide «di dire di Me», come di Dio, che io esisto, si costituisce, invece dell'anima, questa forma più perfetta e apparentemente definita della Persona e della fede in Me-stesso che arriva a chiamarsi l'Io trasformando il pronome in sostantivo. E a questa istituzione del Me-Stesso corrisponde punto per punto l'istituzione dello Stato, propriamente detto dell'Età Moderna.
A questo riguardo le rivendicazioni femministe sono significative: tanto nella scoperta e nell'affermazione del «Mio corpo», del «Mio diritto a scegliere il momento di avere un figlio», ecc., quanto nella rivendicazione di occupare ruoli importanti e soprattutto di comando. Confondendo con una ambiguità eloquente «interessante» con «importante»...
Il senso reale di questo comportamento è quindi, come per gli uomini, la ricerca di un potere sugli altri (donne e uomini) e non la ricerca di una autorealizzazione tramite lo svolgimento di attività fondamentali per la vita degli esseri umani attraverso rapporti liberi.
Non è pericoloso presentare questo comportamento come «liberatorio»? Non dovremmo invece, come persone libertarie ed antiautoritarie, denunciarlo facendo uno studio approfondito di questo processo di integrazione e ricercando un altro modo di «esistere» che potrebbe, in questo periodo di trasformazione sociale e in questa particolare situazione delle donne, disorientare, ostacolare gli interessi del sistema di dominazione?
Questa «illusione» di liberazione rafforza il sistema: prima di tutto perché senza «illusioni di libertà» non sarebbe possibile l'accettazione della norma, poi perché il carattere del tutto fallace del processo cosiddetto liberatorio prepara solo un futuro migliore all'Ordine Stabilito.
D'altra parte mi sembra che la situazione particolare delle donne oggi - in un periodo di transizione che vede un cambiamento di funzione all'interno del sistema - sia esemplare e metta in evidenza le inferriate che ci imprigionano, questo groviglio di gesti e di parole che crediamo di inventare e che invece sono le nostre catene.
In questa presa di coscienza, credo, «risiede forse la sola speranza di smontarli e demolirli» per non seguire più, infine, i disegni del sistema...
traduzione Fausta Bizzozzero