Hans Deichmann, il partigiano tedesco
di Virgilio Galassi
Fonte: Bollettino 25
Hans Deichmann nasce nel 1907 in una famiglia dell’alta borghesia di Colonia, padre banchiere. Antinazista, mai militare, sempre in borghese, civile, libero; oppositore anomalo, inventivo, anarchico occasionale, amico di anarchici in Italia, e in Inghilterra, come Vernon Richards e il gruppo di Freedom, e loro sostenitore per decenni.
Durante la guerra collabora con gli alleati, informandoli della località – Pedemuende, sul confine con la Danimarca – dove i tedeschi stanno costruendo la Vergeltungwaffe; cosicché il bombardamento inglese della fabbrica di missili ne ritarda di diversi mesi l’impiego su Coventry.
In Italia, con un incarico civile conferitogli dai tedeschi, quando può ne ritarda, sabota, ordini, programmi, piani, talora col pretesto di migliorarli; con iniziative autonome, o in collaborazione con Giustizia e Libertà.
Qualche episodio: organizza il sequestro – non riuscito – di un funzionario tedesco in cambio della libertà di un partigiano; su una tradotta blindata di lavoratori italiani destinati alla Germania, fa salire un fabbro – fornendogli di sua mano gli strumenti - che sblocca le porte del treno, così che all’arrivo a Bolzano la metà dei passeggeri è scomparsa; d’accordo con il responsabile dell’anagrafe di Roma, rallenta a non finire la stesura dell’elenco dei giovani di leva richiesto dal comando tedesco, per cui all’arrivo degli alleati il lavoro è ancora gli inizi.
Quando gli capitava di raccontare qualche sua impresa, lo faceva come se riferisse la trama di un film visto la sera prima, o quella di un vecchio libro su cui restava solo da sorridere.
Curioso di ogni iniziativa politica o sociale che si distinguesse per originalità e serietà, che fosse fondata sul lavoro, non sulle chiacchiere, se ne interessava, vi partecipava, contribuiva a sostenerla finanziariamente. Senza mai farlo –ufficialmente – a suo nome, ma tirando fuori una fantomatica, quasi magica fondazione; della quale, probabilmente, proprietario era solo lui. Così è stato con Danilo Dolci, così per decenni con il Centro Educativo Italo Svizzero, nel quale hanno lavorato tanti compagni e compagne, da Pio Turroni a Carlo Doglio, da Antonio Scalorbi, a Lina Zucchini, a Diana Cenni.
Dopo il 1945, in Germania, membro di un tribunale per la denazificazione del paese, per non passare da giudice, pur obiettivo e comprensivo qual era, ad accusato di tradimento della patria, decide di venire in Italia accettando l’offerta di un lavoro nel campo chimico.
Amava gli italiani anche per quei loro difetti universalmente noti, la leggerezza, il disimpegno, l’incostanza, la flessibilità, la disobbedienza, l’inutile clamore e l’improvviso silenzio: difetti che possono diventare pregi. Un mondo così diverso, opposto alla rigidezza teutonica, nella quale gli era capitato di nascere e passare tanta parte della sua vita; rigidezza di un popolo sulle cui virtù, tanto ammirate, soleva sorridere, quando non le derideva, con dispiacere.



