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Pinelli una storia Venezia 1984 Crocenera anarchica

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L’anti-COP di Belém

 

L’anti-COP di Belém

Un reportage dal campo

di Mário Rui Pinto

 

La città di Belém, capitale dello Stato amazzonico brasiliano del Pará, è stata lo scenario della COP-30, che si è svolta dal 10 al 21 novembre 2025. La scelta di Belém, avvenuta due anni fa, come sede di questo summit è stata presentata come una grande vittoria politica del presidente Lula, che intendeva mostrare al mondo come il Brasile sia una “potenza ambientale”, attenta alla natura e indispensabile alla tanto decantata transizione energetica. Niente di più falso!

Fin dall’inizio si sapeva che Belém non era preparata ad accogliere migliaia di persone in un lasso di tempo così breve. Alloggi e infrastrutture erano insufficienti, mentre abbondavano i problemi strutturali come la povertà (Belém è considerata la capitale con la più alta percentuale di popolazione che vive nelle favelas, e i servizi di base come la raccolta dei rifiuti e il sistema fognario sono carenti). Nei due anni precedenti l’evento, il governo centrale e quello locale hanno stanziato milioni di real (solo per le strutture temporanee l’“investimento” è stato di 211 milioni di real, l’equivalente di circa 35 milioni di euro) per cercare di ovviare a questi problemi, ma si è trattato, del tutto prevedibilmente, di interventi di facciata, alcuni dei quali nemmeno completati per tempo e realizzati soltanto nelle zone centrali, quelle che sarebbero state inevitabilmente attraversate dai partecipanti all’incontro e dai turisti. A COP finita, le favelas e i quartieri poveri della periferia si sono ritrovati con i medesimi problemi e alcune strade e case dei quartieri più vicini al centro sono state addirittura demolite per far posto a nuove opere e a riassetti urbanistici, con i vecchi abitanti espulsi e spinti verso una periferia ancora più distante.

Come era prevedibile, la COP-30 è stata di fato un fallimento sia dal punto di vista politico sia da quello dei risultati. Già il summit sul clima, tenutosi nella settimana precedente l’inizio della COP come evento preparatorio, ha registrato la minore presenza di capi di Stato e di governo degli ultimi sei anni ed è stato un presagio di ciò che sarebbe accaduto poi. Alla COP vera e propria, il numero dei delegati ufficiali e dei partecipanti registrati è stato molto inferiore rispetto alle due edizioni precedenti (raggiungere Belém non è facile nemmeno in aereo e i prezzi degli hotel sono schizzati in alto) e i risultati sono stati praticamente nulli, ad esempio sull’abbandono dei combustibili fossili. In questo processo, i progressi sono stati irrilevanti e la road map per la loro sostituzione, elaborata dal governo brasiliano e presentata come un grande punto di forza della conferenza, non è stata nemmeno menzionata nel testo finale negoziato, come era d’altronde prevedibile considerando che il numero di lobbisti a favore dei combustibili fossili era superiore a quello di tutti gli altri lobbisti messi insieme.

Oltre a essere stata un fallimento sul piano degli obiettivi ambientali, la COP-30 ha mostrato fin dall’inizio il suo vero volto: una farsa per ingannare il mondo orchestrata da governi, ONG, grandi imprese dei più diversi settori, scienziati, lobbisti ecc., dietro cui si celava una vera e propria fiera degli affari. Già il primo giorno il governatore dello Stato del Pará, Helder Barbalho, ha firmato un accordo commerciale con una delle maggiori aziende devastatrici dell’Amazzonia, la multinazionale mineraria norvegese Norsk Hydro, provocando una protesta pubblica da parte di una delle leader indigene più attive della regione – Auricélia Arapiun, del Consiglio Indigeno Tapajós e Arapiuns – che ha denunciato questo contratto come l’ennesimo progetto di estrazione predatoria in territori indigeni, criticando ancora una volta la mancata consultazione dei popoli rispetto agli impatti ambientali.

 

Entrambe le foto che accompagnano questo articolo sono state scattate da Mário Rui Pinto

 

Va inoltre aggiunto che alcuni giorni prima dell’inizio della COP, il presidente Lula ha firmato un decreto-legge che consente alle grandi imprese del settore minerario, dell’agrobusiness e del settore del legname di costruire porti privati lungo il fiume Tapajós, fatto che provocherà ulteriori problemi di sussistenza alle numerose comunità rivierasche a causa della contaminazione delle acque. Bisogna conoscere la realtà amazzonica per comprendere la gravità di questa situazione. I fiumi e le loro rive sono la principale fonte di sostentamento sia dei popoli indigeni sia di altre comunità che, storicamente, si sono insediate lungo le rive o nelle loro vicinanze. La contaminazione delle acque provoca problemi di salute e di alimentazione che mettono in discussione la possibilità stessa della vita. Purtroppo sono stati innumerevoli i casi di contaminazione dei fiumi e delle rispettive rive, con risultati catastrofici dovuti alla fuoriuscita di mercurio utilizzato nell’attività mineraria dai garimpeiros o dalle imprese estrattive. Popolazioni che, per sopravvivere, dipendono dal pesce dei fiumi e dai prodotti agricoli forniti dalla vegetazione delle rive, attraverso la catena alimentare finiscono per ingerire il metallo presente nell’acqua e nel suolo, con conseguenti intossicazioni croniche, problemi neurologici, ritardi nello sviluppo cognitivo e motorio dei bambini e aumento degli aborti spontanei. Sono ormai numerosi i popoli indigeni afflitti da questi problemi, in particolare i Munduruku, proprio lungo il fiume Tapajós, gli Yanomami degli Stati di Roraima e Amazonas – popolo cui appartiene uno dei più noti e attivi leader indigeni, lo sciamano Davi Kopenawa – e gli Xingu del Mato Grosso. La protesta indigena contro il decreto-legge ha raggiunto l’apice con l’occupazione di una delle aree più riservate della COP-30 e la richiesta a Lula di presentarsi. Ma il presidente non si trovava più a Belém, per cui i manifestanti sono stati ascoltati da due ministre, Marina Silva (Ambiente) e Sonia Guajajara (Affari Indigeni), due ministeri di facciata, che hanno promesso di trasmettere al presidente le preoccupazioni indigene su questa questione. A oggi non ho notizia di alcuna revoca o modifica di quel decreto-legge.

La questione della contaminazione da mercurio è talmente grave da essere diventata uno dei temi dell’agenda della COP-30, con la creazione di un forum specifico per contrastarne gli impatti nel bacino del Tapajós. Come prevedibile, questo forum non ha prodotto alcun risultato rilevante a causa dell’azione ostruzionista dei rappresentanti dell’agrobusiness e dell’industria estrattiva e dei rispettivi lobbisti.

Ma la politica ipocrita del presidente Lula nei confronti dell’Amazzonia era già emersa in precedenza. Mentre otteneva l’elezione di Belém come sede della COP-30, avviava contemporaneamente il processo di messa all’asta dei pozzi petroliferi alla foce del bacino amazzonico, lungo la costa dello Stato dell’Amapá, processo che continua nonostante una forte opposizione, soprattutto da parte dei popoli nativi.

Contrariamente a quanto pensa la sinistra europea, Lula non è mai stato un presidente capace di adottare politiche veramente di sinistra, ma piuttosto è un abile gestore del capitalismo. Anche durante il primo e il secondo mandato del suo governo, quando aveva il Brasile ai suoi piedi, Lula non ha saputo (o non ha voluto) portare avanti nemmeno una semplice riforma agraria. E se la demarcazione delle terre indigene è stata minima, l’uso dei fertilizzanti tossici da parte dell’agrobusiness è stato invece liberalizzato. In definitiva, Lula riesce a fare le cose che Bolsonaro non è mai riuscito a fare in primo luogo perché quest’ultimo è evidentemente uno stupido sbruffone, circondato da persone ancora più stupide di lui, e in secondo luogo perché con Lula al potere la contestazione popolare si spegne o, perlomeno, si attenua fortemente. L’unica contestazione che è rimasta sempre forte e attiva è quella dei popoli indigeni, indipendentemente da chi sia il presidente a Brasilia, cosa che è stata peraltro evidente anche durante la COP con numerose proteste e con l’organizzazione di una COP del Popolo, alla quale hanno partecipato rappresentanti di popoli indigeni provenienti da altri paesi del Sud America e dell’Asia.

Parallelamente alla COP, anche il gruppo anarchico locale – il Centro de Cultura Libertária da Amazônia (CCLA) – ha organizzato un’anti-COP con una serie di iniziative politiche e culturali che sono andate avanti per tutto il periodo della conferenza. Inoltre, con il contributo di anarchici e anarchiche provenienti dall’estero, ha organizzato anche la partecipazione di un blocco anarchico alle tre manifestazioni che si sono svolte durante la COP: la marcia del Vertice dei Popoli (Cúpula dos Povos), la marcia dei popoli indigeni e la marcia della periferia, realizzata il 20 novembre nel Dia da Consciência Negra (il giorno della coscienza nera), che in Brasile è già festa nazionale. Alla prima marcia hanno partecipato circa 80.000 persone, ma va detto che si è trattato di una marcia quasi istituzionale, convocata da molte organizzazioni e partiti legati al Partido dos Trabalhadores di Lula. La seconda, a mio avviso la più interessante, ha visto l’adesione di circa 40.000 persone ed è stata molto più rivendicativa della prima. La terza è stata, per me, una grande delusione. Solo poche centinaia di persone hanno partecipato alla marcia della periferia, nonostante la partenza e l’arrivo fossero in una favela. La partecipazione è stata molto scarsa, forse per carenze nella convocazione, il che peraltro ha fatto sì che il blocco dominante fosse proprio il nostro, quello anarchico.

Per concludere, alcune righe sul CCLA, un collettivo dotato di uno spazio proprio, situato in una zona centrale di Belém, che intende fungere da punto di riunione per tutti gli anarchici che abitano la città e la regione. Questo spazio si trova, per coincidenza, in una strada con una lunga tradizione anarchica. A partire dal 1910, questa strada ha infatti ospitato varie sedi sindacali e associazioni operaie, oltre a una scuola libertaria ispirata al metodo pedagogico di Francisco Ferrer. Il suo principale animatore era un anarchico di Belém, Bruno de Menezes (1893-1963), che di mestiere faceva il tipografo e al contempo scriveva libri. Il CCLA sta attualmente portando avanti una campagna per cambiare il nome della strada da General Gurjão (militare “eroe” della Guerra del Paraguay) a Bruno de Menezes. Una parte significativa dei membri del CCLA costituisce il nucleo regionale di un’organizzazione nazionale chiamata CAB (Coordenação Anarquista Brasileira, di orientamento piattaformista, corrente che in Brasile prende il nome di especifismo), ma fanno parte del CCLA anche anarchici con altre visioni dell’anarchismo, il che lo rende uno spazio plurale e aperto a diverse iniziative e attività. A mio avviso è uno dei collettivi più interessanti e dinamici dell’anarchismo brasiliano e merita di essere sostenuto.

Attualità
12/02/2026

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