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Pinelli una storia Venezia 1984 Crocenera anarchica

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Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta - Albert Camus

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Intervista ad Attilio Bortolotti

Foto di Attilio Bortolotti (Windsor 1921) inserita nel CPC busta 772 nel 1930. Archivio Centrale dello Stato, Roma

 

Intervista ad Attilio Bortolotti / Art Bartell (Codroipo 1903 - Toronto 1995)

a cura di Rossella Di Leo

leggi la traduzione in inglese

 

Questo racconto, registrato in Canada nel 1980, copre i primi venti anni della sua storia americana, quelli segnati tanto dalle vicende legate all’immigrazione clandestina, al rischio di deportazione e alla Grande Depressione, quanto da quelle legate alle lotte antifasciste, alla campagna per salvare Sacco e Vanzetti e alla mobilitazione per la rivoluzione spagnola. Sono davvero “anni ruggenti” quelli che Attilio attraversa senza mai tirarsi indietro, con quella determinazione e generosità che decenni dopo saranno ancora il suo tratto più caratteristico.

Sul Bollettino n. 24 sono stati pubblicati alcuni estratti rivisti di questa intervista.

 

Bortolotti: Quando arrivai a Windsor [Ontario, Canada] nel settembre del 1920 non avevo alcuna conoscenza di cosa volesse dire fascismo, socialismo, anarchismo, comunismo, sebbene ne avessi sentito parlare pro e contro. Dopo alcuni mesi che ero a Windsor un sabato sera mi capitò in mano, a casa di amici, un giornale socialista – “La Voce del Popolo” – pubblicato dal prof. Bertelli a Chicago. Lo portai a casa, lo lessi e mi piacque molto. Mandai i 2 dollari di abbonamento e così incominciai a leggere la stampa socialista. Dopo alcuni mesi incontrai due anarchici – si dichiararono anarchici individualisti – e parlando con loro mi pareva che i loro argomenti avessero delle buone ragioni, ma ancora ero vergine dal punto di vista politico. E però ogni volta che avevo la possibilità volevo conoscere di più, volevo conoscere perché il fascismo cresceva sempre di più in Italia e diventava sempre più bestiale, e un po’ alla volta sono arrivato alla conclusione che il fascismo era un mero interesse capitanato da un voltagabbana, Mussolini, che prima si vendette per 300.000 lire al governo della Francia, per fare intervenire l’Italia dalla parte dell’Intesa contro gli alleati di un tempo, Austria e Germania, e poi alla fine della guerra… ma facciamo un passo indietro.

Io la guerra l’ho subita involontariamente… sono nato sulla riva destra del Tagliamento, poco distante dal fronte, il 24 maggio 1915 e dato che la casa paterna era una casa grande di tre piani e il terzo piano si usava per l’allevamento dei bachi da seta il mese di maggio… L’industria della seta era molto sviluppata a quei tempi e dal primo giorno della guerra abbiamo avuto da 180 a 200 soldati al terzo piano. Vidi e sentii parlare pro e contro la guerra, vidi quelli che tornavano dal fronte scoraggiati… bestemmiavano… ripetevano le barzellette contro il re, contro Badoglio… Ho visto fucilare due soldati che erano padri di famiglia perché erano rientrati da Bari con alcuni giorni di ritardo, e per punizione, per far vedere che gli ufficiali avevano l’autorità, li hanno messi contro il muro del cimitero e li hanno fucilati! Io ho subìto un trauma analogo in quegli anni lì. E poi, dopo Caporetto, è stato molto brutto, catastrofico vedere un esercito buttar via le armi, vedere le persone dire andiamo a casa la guerra è finita… altri bestemmiare… altri dire dobbiamo fermarci e resistere al nemico che avanza…

Queste esperienze mi hanno preparato ad accettare qualcosa che non sapevo ancora cosa fosse, ma fortunatamente a Windsor ho trovato una risposta nell’interessarmi alle idee anarchiche, fino a che nel 1921, in autunno, mi sono dichiarato anarchico durante una discussione con un anarchico: Giuseppe Tubero.

Dopo alcune settimane ho conosciuto il nome di Sacco e Vanzetti, sui quali “La Voce del Popolo” aveva pubblicato alcuni articoli dichiarando che erano innocenti dei delitti che le autorità gli avevano imputato. Mi interessai da subito alla vicenda e chiesi a mio fratello se c’era una sala da ballo dove fare una festa per raccogliere qualche soldo e aiutare il Comitato di difesa per Sacco e Vanzetti. Mio fratello mi disse che poteva esserci una sala vicino al porto; poi andai dai due anarchici individualisti e dissi che stavo organizzando un ballo per Sacco e Vanzetti e loro mi aiutarono con i manifesti e i biglietti e fu un successo nella piccola comunità italiana di Windsor.

 

Di Leo: I membri della comunità italiana partecipavano ai balli e alle manifestazioni per Sacco e Vanzetti solo se erano radicali, socialisti e anarchici?

Bortolotti: Chi organizzava erano i radicali di varie tendenze, ma da principio i socialisti hanno fatto poco e dei comunisti non si parlava perché non esistevano ancora o erano appena nati nel 1921. Però molta gente veniva per ballare, ed erano belle serate: chi non ballava discuteva sia contro la religione sia contro il sistema. Insomma, fu un successo e per me una grande soddisfazione perché aveva appagato il senso di solidarietà per chi era nelle mani della canaglia governativa.

Poi in Italia la reazione andò accrescendosi e noi si arrivava quasi alle mani con quelli che dicevano che il fascismo avrebbe potuto salvare l’Italia dal caos rivoluzionario. Nel frattempo iniziarono ad arrivare i primi fuggiaschi dall’Italia: socialisti, alcuni comunisti del Congresso di Livorno. Qui era sempre una discussione. Un giorno venne uno di Pordenone che era prima negli USA, da qui era scappato in Messico durante la prima guerra mondiale per non fare il soldato e poi era arrivato in Canada, perché altrimenti negli USA lo avrebbero arrestato per propaganda anarchica, e mi disse: “Attilio vai a Detroit a portare una lettera all’indirizzo di un piccolo negozio di un siciliano”, un certo Cernuto che si era adattato a fare il mestiere di negoziante. Quando quest’ultimo lesse la lettera mi disse di aspettare lì la risposta e mi invitò a guardare i libri. Quando mi voltai vidi l’intera parete del negozio piena di libri e di opuscoli e incomincia a spulciare. Poco dopo avevo accumulato una ventina di opuscoli: Malatesta, Gori, tutta roba nuova. Cernuto tornò con una lettera di risposta e 200 dollari per il compagno, e nel vedermi dare una somma simile da una persona sconosciuta mi emozionai… Mi diede anche il primo numero dell’“Adunata dei Refrattari”. Al tempo il redattore era Emilio Coda… ricordo la sua retorica roboante…

Me ne tornai a Windsor, ma il compagno mi aveva invitato a tornare a Detroit e io tornai per i libri e trovai una copia del libro Amore di un francese. Sai allora mi piacevano le donne, e due settimane fa mettendo a posto la biblioteca ne ho trovato la copia: si vede che l’avevo prestato quando nel 1939 la polizia “democratica” mi sequestrò tutto quello che avevo.

A Detroit, da Cernuto, incontrai un gruppo di una ventina di anarchici tra cui Ugo Valdi, che era un dottore. A Detroit davano molti drammi sociali e lui era l’organizzatore. Poi incontrai Arturo Bertoli. I loro dibattiti erano molto profondi e io non capivo granché: parlavano di Kropotkin, dei maggiori anarchici, di Bakunin, e più passava il tempo più mi interessavo. I primi anni a Windsor lavoravo duro, da fabbro, da tornitore, ma ero sempre raffreddato e così andai a lavorare come muratore con mio fratello… Malta e mattoni sulle spalle.

 

Di Leo: A Windsor c’era un gruppo o un centro anarchico?

Bortolotti: Sì, c’era già un gruppo… poi arrivò anche un certo Umberto di Fontana Fredda – che aveva perso una gamba in una miniera di carbone – insieme a sua moglie, una piemontese che non pesava più di 25 kg ma era tutta energia, e che vendeva whiskey e altre cose proibite: allora c’era il proibizionismo. Quando ci siamo conosciuti [inaudibile] mi disse “anarchico è il pensiero” [inaudibile] e così siamo diventati amici. Lui era quello che mi telefonava a Detroit a proposito dei fascisti – due romani in particolare, uno faceva l’agente consolare – e quando succedeva qualcosa chiamava e mi diceva: “Attilio dobbiamo fare qualcosa, qualche manifesto…”, e dopo io tornavo a Detroit. […]

Nel 1926 Pietro Bedus mi telefonò dicendo che i fascisti avevano fatto un manifesto in cui dicevano che il console di Toronto sarebbe andato a Windsor per mettere in regola tutti i giovani che non avevano fatto il soldato. Al che noi facemmo un manifesto invitando tutti gli antifascisti ad andare ad ascoltare quello che il fascista aveva da dire e l’adunanza si tenne nella sala di una scuola cattolica. […] Io arrivai che l’incontro era appena cominciato e il fascista stava dicendo che tutti i giovani dovevano servire la patria. Alla fine del discorso quattro gatti applaudirono mentre il resto della sala rimase silenzioso. Poi uno chiese la parola e il moderatore – un lombardo, un grande imprenditore italiano di Windsor per il quale avevo lavorato per due anni – gli diede la parola, e lui contestò il fatto che i giovani, gli sbarbati, dovessero tornare in Italia a fare il soldato per una patria che non aveva fatto niente per loro: erano dovuti venire in Canada perché non c’era lavoro in Italia e la patria non aveva dato loro neanche il passaporto, che si erano dovuti pagare. Dopo questo intervento ci furono applausi scroscianti… Al che io chiesi la parola e quando mi alzai uno dei fascisti – si chiamava Meconi – andò a parlare con Luigi Merlo, l’imprenditore, e parlarono piano piano. Io non sentii nulla ma Luigi disse: “Basta interventi, non ti do la parola Attilio’. Al che io dissi: “Chi sono io da non poter parlare? Hai fatto parlare tutti, farabutto”. Luigi farfugliò qualcosa e a quel punto il fascista disse: “Vieni sul palco a parlare se hai il coraggio”. Io feci quattro salti e parlai direttamente al console, gli dissi che avevo visto la guerra ed ero partito per il Canada con l’idea che non avrei mai fatto il soldato per nessuno, poi mi girai e vidi il ritratto di Vittorio Emanuele III e in un attimo lo strappo dal muro, ne faccio una pallottola e lo tiro in faccia al console. A qual punto si scatenò una rissa e intervenne la polizia. Lì c’era anche mio fratello che mi disse: “Andiamocene subito a Detroit, altrimenti qui finisce a bastonate e denunce…”.

Un paio di settimane dopo questo fatto, iniziammo i lavori per una casa a una ventina di km da Detroit. Nessuno sapeva dove ci mandava mio fratello, ma verso le 10 arrivò una macchina da cui scesero due uomini grossi e ben vestiti che vennero verso di noi, e a me sembrava di conoscerli… Poi mi ricordai: erano dell’immigrazione. Questi mi vennero incontro e io – sciolto in inglese – chiesi cosa potevo fare per loro. Mi risposero che erano lì per vedere se eravamo immigrati legali o illegali, al che gli dissi tranquillamente che potevano iniziare da me e gli dissi che ero “Carriaris”, uno che avevo incontrato a Ellis Island… e quando mi chiesero il passaporto risposi che erano più di cinque anni che ero lì e che eravamo in una nazione libera in cui non era necessario avere il passaporto con sé. Il secondo ispettore disse che avevo ragione e che stavo rispondendo con spontaneità e sincerità, per cui, aggiunse, non volevano interrompere il nostro lavoro ma ci avrebbero chiamato uno alla volta. Questa era una vendetta dei fascisti. Il che mi portò a dire a Guglielmo, mio fratello, che era meglio se non lavoravo da lui. Così comprai gli arnesi e andai a cercare lavoro in un’altra officina. In un giorno ne cambiai quattro e alla quinta rimasi per un po’ di mesi e acquisii sufficiente esperienza per andare in una più grande. Fino a quando una sera mio fratello mi disse: “Prendi su la tua roba e va’ via, i fascisti sanno dove abiti ed è facile che arrivino in ogni momento”. Infatti da lì a dieci minuti arrivarono, ma Guglielmo con il suo camion mi portò direttamente a Windsor prima che mi prendessero. Lì cercai di trovare un lavoro, ma i fascisti avevano fatto terra bruciata attorno a me, così passai l’inverno tra il 1926 e il 1927 senza lavoro. Ma non inutilmente: infatti feci molta propaganda per salvare Sacco e Vanzetti e in primavera pensai di tornare a Detroit.

 

Di Leo: Ma i fascisti erano così potenti?

Bortolotti: Erano potenti perché lavoravano con la polizia: erano delle prostitute e cercavano di usare qualsiasi mezzo per abbattere il nemico.

 

Di Leo: E la maggioranza della comunità?

Bortolotti: La maggioranza era bue! Ma il fatto era che lavorando nell’edilizia tornavano a casa morti sfiniti, bevevano due bicchieri di vino e andavano con la moglie. E la domenica andavano a messa… Ma Windsor era un modello: il prete fece pochi danni in quegli anni grazie alla nostra propaganda continua, sia a voce sia con opuscoli fatti girare a centinaia.

 

Di Leo: Quindi gli anarchici erano minoritari.

Bortolotti: Sì, siamo stati sempre minoritari, ma la nostra influenza era superiore a quella dei socialisti e dei comunisti. L’influenza massima fu sempre degli anarchici perché si erano sempre mantenuti solidali con tutti: se qualcuno aveva bisogno veniva da noi.

 

Di Leo: Quanti eravate?

Bortolotti: Si era sette o otto.

 

Di Leo: Un piccolo gruppo…

Bortolotti: Un piccolo gruppo ma forte! Passai l’inverno a fare il ritratto di Bakunin 70x90 in bianco e nero, e poi feci la cornice allegorica con un teschio, un nastro e la scritta “dio non esiste”, poi un gruppo di donne nude con la scritta “libertà e uguaglianza”, poi una donna con un drappo col sole e con su scritto “anarchico è il pensiero”. Mio fratello lo portò a Detroit.

Un giorno, all’ora di pranzo, venni fermato da alcuni poliziotti che mi portarono dal loro capo, il quale mi disse: “Siediti, devo parlarti seriamente”, e come mi sedetti vidi tutti i manifesti che erano stati fatti per Sacco e Vanzetti e quelli di propaganda spicciola. Erano stati trovati e consegnati da Luigi Meconi, il fascista. Le prime parole del capo della polizia furono: “Se tu non fossi il fratello di Guglielmo, ti manderei in carcere per venti anni, abbiamo una legge – la legge 98 del codice penale – che dice che uno come te che va in giro a dire che lo Stato è inutile e dannoso per l’umanità… Ma grazie all’influenza di tuo fratello e a tutto quello che ha fatto e fa, anche se adesso è a Detroit, ti dico vattene da Windsor entro una settimana e se la vuoi capire va’ via dal Canada”. Cosa volevi che facessi senza soldi e lavoro e con un debito di 1.000 dollari da pagare per la pensione… abbandonai tutto, presi il traghetto e andai a Detroit. Lasciai a Windsor anche “Bortolotti” e diventai “Berthelot”, il nome francese di un chimico, e mi eclissai andando da un compagno che viveva vicino alla Ford.

 

Di Leo: Ma come facevi a passare così facilmente la frontiera?

Bortolotti: Avevo notato che tanti appena buttato giù la passerella del traghetto correvano dicendo: “Windsor, back today” oppure “Windsor, back tonight” e ho fatto la stessa cosa. Poi ero alto e biondo scuro, sembravo tutto tranne che un italiano. Con questo metodo sono stato fermato solo una volta e quando mi chiesero dove fossi nato diedi la latitudine e longitudine del mio paese e loro non riuscirono a capire se fossi nato in Italia, Austria o Jugoslavia e mi cacciarono indietro.

 

Di Leo: Ma non avevi documenti?

Bortolotti: Macché il mio passaporto lo bruciai il giorno che lessi che Mussolini aveva fatto uccidere Matteotti: bruciai il passaporto nella stufa e dal 1924 al 1957 non ho più avuto documenti, tanto per passare il confine mi bastava un cappello all’ultima moda… Infatti avevo notato che gli ispettori quando arrivava il traghetto sapevano già chi dovevano fermare, lo capivano dal modo in cui erano vestiti se erano emigranti. Io ero sempre vestito bene e li fregavo […]. Alla fine entrai alla Ford con il nome di Alfred Berthelot: avevo fatto un corso per corrispondenza da New York e questo corso consisteva in problemi che dovevi risolvere, utensili da sviluppare per aprire o chiudere una certa porta, insomma ho avuto il certificato di diploma e grazie a quello sono stato assunto alla Ford e all’inizio ho cercato di stare lontano dagli Italians… Lì conobbi un compagno che era stato perseguitato dai fascisti già nel 1922-23, e rimasi alla Ford fino a quando mi arrestarono nel 1929, in occasione del secondo anniversario dell’assassinio di Sacco e Vanzetti.

Nel 1928 stavamo organizzando una cosa che doveva succedere il 12 ottobre. Infatti i fascisti volevano scendere in camicia nera al Columbus Day. A organizzare le feste dell’italianità erano soprattutto quegli italianissimi stupidi che per la maggior parte erano negozianti farabutti che ti facevano pagare il doppio degli altri… Allora noi organizzammo una nostra adunanza e decidemmo di partecipare per impedire e prevenire che i fascisti marciassero in camicia nera (una cosa insulsa: che diritto avevamo di impedirglielo…). Ma nonostante le centinaia di antifascisti alla fine ci siamo ritrovati in diciotto contro cinquanta-sessata farabutti in camicia nera. Comunque, quando la banda iniziò a suonare li abbiamo attaccati e quello che aveva il gagliardetto ha cominciato a sparare uccidendo il compagno Barra e ferendo il compagno Ventricchia. Io nel parapiglia me la presi con un fascista che aveva i capelli neri… poi tra gli spari e le sirene della polizia mi sentii chiamare da un compagno che aveva un negozio di frutta all’ingrosso – Mancini si chiamava – il quale mi nascose sotto i cesti delle mele per un’ora, poi mi chiamò… e dopo un’ora avevo ancora i capelli del fascista in mano.

Abbiamo continuato a fare propaganda per quello che si poteva fare, ma i fascisti erano sempre più forti anche perché avevano l’appoggio della Chiesa, e i preti ogni volta che c’era qualche festività si davano un gran daffare. Poi non successe più niente, anche perché non si era pronti a commettere atti individualistici contro i fascisti.

 

Di Leo: Intendi che non si fece più nulla in senso antifascista?

Bortolotti: Noi continuammo a propagandare e manifestare contro, ma ormai si sapeva cosa stava succedendo in Russia e si era arrivati a un punto in cui fascismo e bolscevismo erano uguali alla tirannia: tutte e due le ideologie riportavano l’umanità indietro e questo portò scompiglio tra le file degli anarchici. Infatti c’erano alcuni che pensavano che Stalin alla fine fosse meglio… Comunque negli ultimi mesi del 1927 facemmo un’enorme propaganda per salvare Sacco e Vanzetti, e anche in questo frangente i comunisti fecero uso di tutti i trucchi per mettersi in prima fila quando in realtà era solo apparenza. Una sera, a Detroit, in piazza c’erano oratori su otto camion ed eravamo quasi 40.000 in piazza: c’erano tutti i radicali, ma gli oratori furono quasi tutti comunisti… a parlare per gli anarchici.

Io salii su un camion e dissi: “Facciamo qualcosa! Assaltiamo il municipio!”. Alcuni appoggiarono la mia proposta, ma attorno al municipio c’era un cordone di quattro file di poliziotti. Ci furono scontri, tafferugli, un compagno toscano mise fuori uso tutte le moto dei poliziotti, e ci furono manganellate… ne presi parecchie e scappai a gattoni verso la sede della Detroit Free Press che era lì vicino. Quando entrai tutto pesto mi dissero che Sacco era stato giustiziato e Vanzetti stava andando alla sedia elettrica. A quel punto andai a casa e lì trovai Guglielmo, mio fratello, e altri compagni sanguinanti…

 

Di Leo: Cosa fecero i fascisti per Sacco e Vanzetti?

Bortolotti: Furono neutrali, d’altronde erano dalla parte della legge. Dicevano che lo Stato non avrebbe mai ucciso degli innocenti, non comprendendo che già prima della guerra, nel 1903, era stata emanata una legge contro gli anarchici grazie alla quale se una persona nata fuori dagli USA si fosse dichiarata anarchica poteva essere deportata. È una legge tuttora in vigore ed è stata usata ogni volta che hanno potuto. Nel 1929 la usarono anche contro di me.

Ogni anno il 27 agosto organizzavamo degli incontri per ricordare Sacco e Vanzetti e per fare propaganda, e nel 1928 un giudice di Detroit – che poi entrò a far parte della Corte suprema con Roosevelt – disse che era più che convinto che Sacco e Vanzetti fossero stati giustiziati non perché colpevoli ma per dimostrare che la legge del Massachusetts era più forte del pensiero di libertà. E poi aggiunse che aveva imparato di più ascoltando Emma Goldman che andando all’università. Nel 1929 avevamo messo insieme un gruppo anarchico internazionale – ricordo che c’era anche Carter, un compagno di Cleveland – e così si decise di ricordare Sacco e Vanzetti con un manifestino a grande tiratura. Molti compagni erano “illegali” e dunque non potevano partecipare alla diffusione dei manifestini perché a Detroit c’era una legge che ne vietava la distribuzione. Così quel giorno c’erano solo quattro gatti. Io ero andato a portare ai compagni i manifestini con la macchina e vista la situazione mi sono innervosito: allora ne ho preso un pacco e sono andato a darli via fuori dalle officine… e subito gli sbirri mi presero, mi portarono in prigione e mi chiusero in cella. Mentre ero lì mi affacciai tra le sbarre che davano all’esterno e chiesi a un messicano di passaggio di andare a un certo indirizzo, da Aurora Vivas [?], per dirle che mi trovavo lì, con gli ubriachi. Poco dopo sentii dei passi ed era Aurora. Le chiesi allora di andare da un ferramenta e prendere un paio di lame a seghetto perché c’era la possibilità di evadere. Ma dopo un paio di minuti mi portarono dal capo della polizia e con lui c’era uno in borghese con la targhetta della Ford (la Ford a quei tempi era come una prigione) che mi disse di essere venuto a riprendersi la mia targhetta di riconoscimento. Lo sbirro mi chiese poi quanto guadagnavo alla Ford, e io risposi 1,50 all’ora, al che lui mi chiese se Mussolini mi avrebbe pagato altrettanto, e poi aggiunse: qui siamo in America, eppure dopo sette anni il municipio di Detroit non mi riconosce la stessa paga. A quel punto ribattei che sotto il capitalismo si viene pagati secondo i meriti e che forse io meritavo più di lui, al che reagì dicendo: “Stai zitto fottuto anarchico”, e mi presi anche una legnata in testa. Fu poi portato nella prigione della contea e sottoposto al processo per la deportazione; dopo tre settimane di prigione mi dichiararono deportabile in Italia ai sensi della legge del 1903. Al processo mi chiesero: “Credi in dio?”, “No sono ateo”. “Credi che per il benessere di una nazione ci voglia il governo?”, “No”. “Sei anarchico?”, “Sì, sento di essere anarchico”. Se avessi risposto di no mi avrebbero dovuto rilasciare, ma sai com’è… Poi i compagni raccolsero 3.000 dollari per la libertà provvisoria in attesa della deportazione, al che tornai in Canada e scomparii per un po’.

Tornato a Windsor, Pietro Bedus – che usava dire: “Ho la salute di ferro e la gamba di legno” –mi disse: “Attilio, guarda cosa fanno i fascisti: viene il console per mettere in regola i renitenti”. Ma io gli dissi che in quel momento non ero nella posizione di poterlo aiutare, allora lui mi chiese di aiutarlo quanto meno a scrivere il volantino. Io lo scrissi e lo portai in tipografia con Pietro. L’indomani partii per Toronto. Lì non conoscevo nessuno, sapevo solo che c’era un carnico che aveva lavorato con mio fratello. Avevo con me soltanto una piccola valigia, che lasciai in deposito alla stazione, e decisi di fare un giro per la città. Fortunatamente feci il giro giusto perché passai per College Street, la strada con tutti i palazzi dell’università, dove c’era anche grandissima biblioteca in cui gli studenti andavano a studiare. Poco più avanti c’era anche una specie di piazzale con la Convocation Hall dove trovai una bacheca con vari bigliettini, così trovai una stanza da dividere con due finlandesi a 4 dollari alla settimana. Per un po’ trascorsi le mie giornate a leggere in biblioteca e a parlare con gli studenti: andavo a mangiare in un ristorante greco a 25 cent e lì feci amicizia con vari studenti. Il sabato andavo alle conferenze. Mi cercai anche un lavoro e ne trovai uno a 6 km, ma lavoravo solo tre giorni alla settimana perché era già scoppiata la crisi del 1929. Fortunatamente mi tennero per tutta la durata della crisi. Era un periodo di grandi ristrettezze: se facevo colazione, non avevo i soldi per prendere il tram… In quel periodo incontrai l’amico di mio fratello, il carnico, il quale mi disse che conosceva un sovversivo, un triestino, che parlava sempre come me di unirsi contro i fascisti. Insomma, una sera mi portò da lui ma sin dalle prime battute capii che era comunista e dopo dieci minuti che parlavamo gli dissi: “Tu sei un comunista e per me equivali a un fascista”.

Successivamente incontrai un compagno, Nicola Leone. Diventammo amici e il 1° agosto io e Leone decidemmo di scrivere e stampare un volantino, e nonostante non avessimo idea se ci fosse una comunità italiana ne stampammo 1.000 copie. Fu grazie alla sorella del Leone che scoprimmo che a Toronto c’era tutta una comunità. Lì incontrammo un marchigiano, socialista, che ci accompagnò da Ruggero Benvenuti, marchigiano anche lui. Iniziammo a parlare e dopo aver superato la ritrosia reciproca ammise di essere un simpatizzante.

 

Di Leo: Ma gli anarchici arrivavano già anarchici o lo diventavano lì?

Bortolotti: Dipende. Devi tenere a mente che durante la prima guerra mondiale la reazione contro gli anarchici fu tremenda. Scompaginarono tutto il movimento fino al 1919-20, perché anche qui come in Europa ci fu una stagione di grandi scioperi. In Canada ci fu lo sciopero generale a Winnipeg. La reazione fu fortissima… conobbi un pastore protestante che fu buttato fuori dalla sua Chiesa perché durante gli scioperi aveva preso le difese degli operai e non si era schierato con i padroni. A partire dal 1922, grazie all’influenza dell’“Adunata”, i superstiti – quelli che non erano stati deportati o non erano fuggiti – si erano riaggregati ed erano centinaia sia nei bacini minerari sia nelle città industriali.

 

Di Leo: Quanti erano secondo te gli anarchici all’epoca?

Bortolotti: Nel periodo 1925-1935 ce n’erano a migliaia di tutte le nazionalità e durante la guerra di Spagna la nostra influenza e forza aumentò sia in termini di adesioni che di raccolta di denaro per solidarietà.

Dopo aver trovato Ruggero e altri, iniziammo a frequentare il Circolo Giuseppe Mazzini che si radunava la domenica presso la sede del [inaudibile] dove erano in prevalenza ebrei. Un giorno siamo andati lì e c’erano Giancotti, un socialista massimalista calabrese, Palermo, un socialdemocratico di origini abruzzesi, un piemontese comunista che faceva il fruttivendolo, e abbiamo chiesto di diventare membri. Alla prima riunione ci saranno state cento persone. Noi iniziammo a fare domande, a intervenire anche su cosa stesse succedendo in Russia, e ci fu un battibecco tra me e Giancotti per vedere cosa pensava l’assemblea. Sempre lì incontrammo otto friulani di Pordenone e fondammo un nostro gruppo lasciando il campo libero a Giancotti e Frattini, il comunista. Parlando con i compagni decidemmo di fondare anche una filodrammatica sull’esempio di quelle che c’erano a New York e Detroit. Si davano quattro-cinque drammi l’anno e anche quelli del Circolo Mazzini fecero lo stesso, ma la loro era una barzelletta, mentre i nostri drammi erano di grande sostanza sociale e di grande impatto.

 

Di Leo: Che spettacoli allestivate?

Bortolotti: La via del paradiso… drammi sociali. Li mettevamo in scena nella sala degli ebrei, poi abbiamo saputo che i compagni ucraini avevano comprato una ex chiesetta in cui c’era una sala da duecento posti: li abbiamo conosciuti tramite un compagno ebreo.

 

Di Leo: Gli ucraini erano compagni collegati a Machno?

Bortolotti: C’erano compagni di varie provenienze… bulgari… ebrei per la maggioranza.

 

Di Leo: I vari gruppi erano in contatto tra loro?

Bortolotti: Sì, per essere più organizzati decidemmo di fondare un gruppo internazionale, come avevamo fatto anche a Detroit: si era in pochi e si facevano attività extra rispetto a quello dei rispettivi gruppi etnici. Nel 1931 fondammo la filodrammatica.

 

Di Leo: Chi veniva a vedere gli spettacoli?

Bortolotti: Per la maggior parte amici e conoscenti, ma anche gente che magari andava a messa: era aperta a tutte le persone che avevano voglia di assistere a un dramma serio.

 

Di Leo: In questo periodo, inizio anni Trenta, nel movimento anarchico di Toronto la maggioranza erano operai?

Bortolotti: Sì, al 90%, con l’esclusione degli ebrei che avevano anche cinque o sei piccoli imprenditori. Tra noi nessun intellettuale, mentre spesso gli ebrei facevano venire a parlare Rudolf Rocker… un magnifico oratore.

 

Di Leo: Per cui nessun professore o giornalista?

Bortolotti: Nel 1934, quando Emma [Goldman] venne ad abitare qui a Toronto, ci fu un ciclo di conferenze di Rudolf Rocker in yiddish. Io andavo sempre a sentirle: erano meravigliose e io riuscivo a seguirle perché non avevo dimenticato il tedesco imparato durante l’occupazione austriaca del Friuli. Poi venne Emma, che parlava in inglese. Tenne le prime tre conferenze sul tema Hitler e i suoi seguaci: vennero duemila persone a sentirla. Poi andò negli USA per un ciclo di conferenze grazie all’intervento della Perkins (segretaria del lavoro sotto la presidenza Roosevelt), la quale disse di aver esaminato la domanda e che avevano deciso di darle la possibilità di rientrare negli USA per tre mesi alla condizione di non nominare mai, per nessun motivo, l’anarchia. Nemmeno una volta. Ed Emma accettò di parlare del dramma come forza sociale. Io le dissi che così si stava prostituendo… Litigammo, ma quando tornò Emma venne a salutarmi e si scusò dicendo che avevo avuto ragione.

 

Di Leo: Per cui fu nel 1934 il tuo primo incontro con Emma Goldman?

Bortolotti: Sì, anche se avevo già iniziato fin dal 1923 a leggere i suoi libri, ma fu solo nel 1935 che diventammo amici. […]

 

Di Leo: Cosa faceva il Gruppo internazionale?

Bortolotti: C’erano incontri settimanali e la domenica si faceva la colletta per i compagni arrestati o deportati. Mandavamo sempre da 15 a 20 dollari a [Aleksandr] Berkman. Ma fu durante la guerra di Spagna che ci fu l’opportunità di apparire anche sulla stampa borghese, grazie anche al senso di giustizia dei compagni, al loro eroismo, alla loro bontà, perché non ammazzavano come facevano i comunisti che già avevano iniziato ad ammazzare gli avversari fin dall’inizio. Sono stati anni in cui abbiamo fatto molto e abbiamo influenzato molte persone.

 

Di Leo: Fu forte la delusione per la sconfitta?

Bortolotti: Nel maggio del 1937 fui molto avvilito per l’assassinio di Berneri. Ricevevo i bollettini giornalieri della FAI [Federación Anarquista Ibérica] di Barcellona e piano piano capii che la forza non era più nelle mani degli anarchici ma della canaglia comunista.

 

Di Leo: Ma la sconfitta in Spagna ha influito sulla fine del movimento anarchico come movimento diffuso?

Bortolotti: No, anzi!

 

Di Leo: Emma tornò nell’aprile del 1939.

Bortolotti: Nell’estate si organizzavano picnic e drammi all’aperto tutto per dare un colpo ai preti. Lì eravamo quasi tutti italiani.

 

Di Leo: Nessun altro gruppo?

Bortolotti: Sì, soprattutto gli ebrei. Loro avevano comprato un pezzo di terreno e avevano fatto il parco Nuovo Mondo dove si facevano delle attività con i socialisti. I comunisti erano messi al bando: le giberne di Stalin non le volevamo!

 

Di Leo: Come si raccoglieva i fondi per la rivoluzione spagnola?

Bortolotti: I soldi passavano da Parigi o da Marsiglia, non li mandavamo direttamente alla FAI o alla CNT [Confederación Nacional del Trabajo]. Mario Mantovani, a Bruxelles, era quello che dopo la disfatta ha trovato i mezzi per mandare i compagni in America o in Messico. Poi intervenne anche Emma con l’obiettivo non solo di far conoscere la verità sui fatti di Spagna ma anche di raccogliere fondi per aiutare i compagni rinchiusi nei campi di concentramento nel sud della Francia in condizioni miserevoli. Abbiamo fatto due picnic con sottoscrizione, l’ultimo il 23 agosto 1939, e Emma parlò davanti a quattrocento persone, il 70% italiani. Emma fece un bel discorso, toccando i punti nevralgici e mettendo in luce come si fosse comportata verso la tragedia spagnola la democrazia europea: chi cercava la libertà trovò la morte… Facemmo anche dei giochi per tirare su soldi. Io feci tre pupazzi con un circolo rosso al centro e ci misi le tre facce di Hitler, Mussolini e Stalin, con Stalin al centro. Il premio era un sigaro. Verso le tre arrivarono i comunisti, più per guardare che per altro. Quando videro Stalin tra Hitler e Mussolini, cominciarono a gridare: “Vergognati Bortolotti! Stalin è il padre delle patrie degli operai”. Al che risposi che la Russia era diventata una prigione e che loro erano diventati ciechi. Subito ci mettemmo a discutere su quello che era successo in Spagna, e io dissi loro di stare ben attenti… Poi andammo a casa di Emma a bere un caffè, accendemmo la radio e la prima notizia che sentimmo fu la firma del patto tra Molotov e von Ribbentrop.

Allo scoppio della guerra, in Canada ci fu immediatamente la censura della posta. Tentammo in tutti i modi con Mantovani di dare una mano a quelli che potevano scappare in Messico. Io ero d’accordo con un carnico, Luigi Mancini, che se fossero arrivati dei compagni li avrei assistiti e sistemati fino a quando non li avremmo potuti smistare. Dopo l’inizio della guerra cominciarono ad arrivare i compagni e così arrivò anche lo scompiglio nel gruppo di Toronto, perché senza chiedere niente a nessuno un compagno scrisse quattro lettere, tutte intercettate: due a Ginevra, una a Parigi e una a Bruxelles. La mattina del 4 ottobre la polizia federale e locale invase la casa… Mi dissero: “Alzati e mettiti il vestito della festa che tanto non andrai a lavorare per molto tempo”.

La stampa fece un po’ di chiasso perché si trovarono due rivoltelle senza grilletto. Dopo un mese nominai come mio difensore l’avvocato che difendeva sempre gli operai e che trovai grazie a un altro detenuto che aveva ottenuto la libertà provvisoria. Solo che questa persona parlando di me all’avvocato al posto di dire “antifascista” disse che io ero fascista, e dunque l’avvocato si innervosì parecchio. Ma quando lo incontrai gli dissi subito che ero anarchico e che conoscevo Emma Goldman e così decise di patrocinare la mia causa, aggiungendo che era sicuro che sarebbe stato pagato da Emma piuttosto che dalla vendita dei miei attrezzi (300 dollari) e della mia macchina (75 dollari). La sua difesa fu ottima e fece fare una figura pessima al procuratore distrettuale, ma questo non fu sufficiente, infatti mi negarono la libertà provvisoria. Grazie alle sue conoscenze, Emma mi mise in contatto con quel pastore protestante di cui parlavo prima. Io gli dissi tutto quello che pensavo e lui mi assicurò che l’indomani ne avrebbe parlato a un incontro del consiglio protestante: “Se sarà possibile, ti daremo una mano”. Poi mi chiese da quanti anni ero antifascista, e io risposi che lo ero da prima della marcia su Roma; e quando mi fece presente che secondo loro l’espressione ateo era troppo forte, io risposi che non lo era più della loro con il loro dio.

Loro si riunirono e poi dissero: “Crediamo che Bortolotti abbia più diritto di noi a rimanere in Canada, lui ha combattuto il fascismo fin dall’inizio, noi dobbiamo ancora iniziare”; e dissero anche che a dispetto di tutte le differenze di ideologie e di credo che esistevano tra noi, loro mi avrebbero difeso perché ero un anarchico idealista.

 

Di Leo: Tu cosa rischiavi?

Bortolotti: La deportazione in Italia. Emma chiese se era il caso di andare dal console messicano a Montreal per avere il visto per il Messico e l’avvocato ci fece sapere che il console era disponibile: l’unico problema era che non era disponibile il visto di passaggio attraverso gli USA.

 

Di Leo: Quale fu la posizione del movimento anarchico in Canada e negli USA rispetto alla guerra?

Bortolotti: Ci schierammo subito fin dall’inizio contro la guerra. Cercavamo di parlare con tutti i giovani invitandoli alla diserzione… Però questa non fu la posizione di tutti i compagni ebrei: per ragioni storiche presero una posizione contraria allo spirito anarchico, cosa che ci allontanò. Avemmo molte discussioni con gli ebrei, ma il loro odio per Hitler li aveva accecati.

Noi siamo andati avanti con le parole e con i fatti a essere contro la guerra, aiutando i disertori che fuggivano in Canada per sottrarsi alla guerra. Durante tutto il periodo abbiamo fatto un bellissimo lavoro antimilitarista.

Nel frattempo, un italiano, un antifascista arrabbiato, nel 1938, in periodo di elezioni, chiese come mai in una democrazia [come il Canada] si tollerasse l’esistenza di una scuola fascista. Il caso fece scalpore e andò sui giornali. A quel punto Luigi Meconi, il fascista, disse che non era vero e che avrebbe dato 500 dollari a chi fosse stato in grado di dimostrare che la scuola italiana insegnava letteratura fascista e utilizzava metodi fascisti. Così io, su invito dei compagni di Windsor, tornai lì a raccogliere le prove: le trovammo e le esibimmo durante una conferenza che tenemmo il 18 settembre 1938. Fu una serata molto movimentata perché in un sol colpo pestammo i piedi ai fascisti e ai preti. Ma la stampa pubblicò un resoconto verosimile dei fatti e da quel momento le autorità iniziarono a svolgere delle indagini e arrivarono a scoprire che tre maestri erano membri dell’Ovra attivi a Detroit. Furono cacciati, ma io attirai un grande odio su di me: subii minacce e iniziai ad andare in giro con un revolver. Ma continuammo a propagandare le nostre idee, soprattutto tra gli operai, che era il ceto a noi più vicino psicologicamente: in noi non c’era alcuna presunzione di essere intellettuali o anche un gradino sopra di loro.

Storia orale
16/01/2026

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