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Pinelli una storia Venezia 1984 Crocenera anarchica

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La storia parlata di Claudio Venza

 

La storia parlata[1]

di Claudio Venza

Fonte: «Volontà», n. 3, 1985, pp. 115-120.

 

A Barcellona sono convenuti più di duecento studiosi che hanno svolto quasi un centinaio fra relazioni e comunicazioni articolate in decine di sessioni plenarie e parallele. Tale mole di lavoro è dovuta al fatto che la Storia Orale è un terreno sul quale si confrontano esperienze ed esigenze molto diverse: etnologi ed antropologi che analizzano l’evoluzione delle culture di popoli «arretrati» o in via di estinzione, sociologi che indagano sui fenomeni collettivi correnti, linguisti che ricercano forme e contenuti originali dei dialetti e infine la vasta categoria degli storici contemporanei. Tra questi ultimi si è diffuso notevolmente, anche se solo da pochi anni in Italia, l’utilizzo delle fonti orali; vi è sia chi le usa come completamento e correttivo delle fonti scritte sia chi vi trova materiale più che sufficiente ad elaborare una ricostruzione storicamente fondata. In tutti vi è comunque la convinzione di dover assegnare dignità di documento a narrazioni soggettive un tempo considerate semplicemente poco attendibili se non fuorvianti.

In questo senso ha certamente operato il cambiamento culturale intervenuto alla fine degli anni ’60 in tutta Europa. Da allora si è scoperto, o riscoperto, quanto di illusoriamente oggettivo si nascondesse dietro una caterva di materiali di archivio prodotti da apparati repressivi o da élites dirigenti. Schiere considerevoli di giovani studiosi, sotto l’influsso di visioni ideologiche e di prospettive politiche diverse, hanno così rivisitato quanto l’accademia storiografica aveva prodotto nei decenni precedenti sui temi del settore più contemporaneo. Questo clima di revisione critica ha spinto numerosi ricercatori europei, soprattutto in Gran Bretagna e poi in Francia, a dar vita a consistenti gruppi di lavoro sulle fonti orali. Oggi la scuola con maggior esperienza e credibilità è proprio quella inglese, parte della quale opera in stretto collegamento con alcune istituzioni culturali autonome, come quelle di certe comunità di minatori. Il leader riconosciuto di tale tendenza è un alto, magro e barbuto, quarantenne di nome Paul Thompson. È stato principalmente suo il seminario sui problemi pratici della storia orale che ha preceduto i lavori del Convegno.

Il workshop si riprometteva di fornire informazioni sulla preparazione, realizzazione ed analisi di un ipotetico progetto di ricerca, ed è stato seguito da almeno un centinaio di studenti barcellonesi, a dire il vero in modo diligente ma passivo. In effetti presso la Facoltà di Geografia e Storia della capitale catalana esiste da alcuni anni una rispettabile équipe che fa riferimento organizzativo e didattico alla matura e intraprendente docente Mercedes Vilanova. Attorno a lei e alle sue collaboratrici si snodano varie iniziative che, non a caso, hanno affrontato aspetti storici del locale anarcosindacalismo.

Il movimento operaio libertario catalano è stato anche uno dei temi centrali del convegno: Anna Monjo ha riferito sulla militanza della C.N.T. in un’impresa metallurgica negli anni ’30, Carme Vega sulle relazioni fra la gerarchia dirigenziale della medesima fabbrica e la classe operaia, mentre Mercedes Vilanova e Dominique Willems hanno trattato dei rapporti tra analfabetismo e partecipazione alla lotta rivoluzionaria tra i 1.650 lavoratori della suddetta azienda. Inoltre Cristina Borderias ha svolto una comunicazione sull’identità femminile e il cambiamento sociale a Barcellona negli ultimi sessanta anni.

Da questi studi, basati soprattutto su interviste a circa duecento sopravvissuti e sull’archivio dell’impresa, emergono vari dati, riflessioni e ipotesi molto interessanti: il differenziato impegno dell’esperienza collettivista tra i leader e gli iscritti al sindacato libertario (Monjo); i comportamenti dei «colletti blu» e dei «colletti bianchi» nei confronti della produzione e del sindacato (Vega); la riluttanza e l’estraneità degli analfabeti al mondo della decisionalità politica a tutti i livelli.

Complessivamente si è manifestata una convergenza sul giudizio storico e, in fin dei conti, politico dell’anarcosindacalismo catalano. Secondo i risultati di questi lavori, la C.N.T. e il principio libertario dell’autogestione delle lotte in vista dell’autogestione della società sarebbero stati appannaggio solo di una minoranza cosciente degli operai, circa il 20%, mentre la massa sarebbe rimasta a rimorchio dei più attivi continuando a vivere senza grandi cambiamenti nel comportamento quotidiano e nelle convinzioni generali. Sullo sfondo di questa interpretazione riduttiva, si colloca un ridimensionamento delle trasformazioni sociali del periodo, del luglio 1936 – maggio 1937. Esplicitando ancor di più tale pensiero durante un dibattito sulle collettività spagnole una studiosa ha affermato che non vi è stata una vera rivoluzione sociale nella Spagna del 1936! Queste valutazioni sembrano rientrare piuttosto in una visione istituzionale dei processi rivoluzionari, visione che risente da un lato dei pregiudizi classici dei marxisti («In Unione Sovietica nel 1917 c’è stato un autentico salto di qualità dell’organizzazione sociale verso l’uguaglianza e la liberazione dei salariati») e dall’altro delle posizioni apparentemente favorevoli, ma in realtà demolitrici, del passato libertario spagnolo, posizioni tipiche degli intellettuali del socialismo filogovernativo. Anche nel dibattito sulla videointervista ai collettivisti aragonesi, lo statunitense Ronald Fraser, autore di un noto volume sulla memoria orale della guerra civile spagnola, ha criticato duramente il lavoro condotto da Paolo Gobetti negli ambienti dell’emigrazione libertaria in Francia. Egli osservava che il quadro entusiastico delle collettivizzazioni era il risultato di un campione unilaterale fornito dai militanti anarchici identificatisi nell’esperimento. Il fenomeno veniva invece rievocato con toni opposti da coloro che si opposero alla collettivizzazione per i più diversi motivi e che, nelle interviste da lui pubblicate, lamentarono frequenti episodi di violenza. Il Fraser però dimenticava che una trasformazione rivoluzionaria necessariamente comporta uno scontro con chi difende l’ordine esistente e che la soggettività e la spontaneità dei protagonisti aveva offerto, nel caso del video di Gobetti, uno dei rari documenti interni alla psicologia dell’ambiente collettivista agricolo. (Al riguardo sta per essere concluso uno studio accurato e partecipato di un antropologo giapponese libertario che ha vissuto per diversi anni nei villaggi della comarca di Monzón, dove furono numerose e vivaci le collettività, riuscendo a recepire ciò che il comune giornalista o intervistatore di passaggio non è assolutamente in grado di vedere). Ad ogni modo è vero che un discorso non di circostanza sulla Spagna degli anni ’30 va seriamente fatto pure in un ambito culturale e storico indipendente dalle varie e mutevoli ideologie stataliste. (Un’occasione potrebbe essere l’imminente cinquantenario).

Le osservazioni suddette dovrebbero spingere a riesaminare da un’ottica libertaria la produzione storica sull’anarchismo e dell’anarchismo. Una storia che ha finora trascurato un elemento caratteristico – il vissuto militante – di un movimento che non ha mai potuto, o forse voluto, disporre di una propria stabile struttura archivistica. Anzi moltissime esperienze di lotta e di vita, particolarmente le più vicine nel tempo, sono rimaste nascoste per esigenze di riservatezza, clandestina e no. Inoltre il singolo militante, vero e proprio filo di un reticolo sociale ricco e articolato (pensiamo in particolare a certe regioni sovversive come la Toscana e la Romagna, oppure la Catalogna e l’Andalusia), ha di solito preferito restare anonimo per una sorta di pudore personale e di rifiuto del protagonismo. Eppure in questo modo sono andati perduti numerosi e significativi esempi di «anarchia vissuta» con conseguente impoverimento della memoria storica e del bagaglio etico dell’anarchismo e in genere dei movimenti popolari. Solo raramente è stato possibile far sì che «storie di vita» di grande rilievo – è il caso di Umberto Tommasini – restassero fissate in un testo visivo e scritto (U. Tommasini, L’anarchico triestino, Antistato, Milano, 1983). Una tardiva consapevolezza dell’utilità del magnetofono e del videoregistratore non ha permesso di dar voce e volto stabili a individui che erano autentiche miniere di fatti e soprattutto di sentimenti e convinzioni diffusi un tempo negli ambienti libertari. Va ricordato per inciso che la maggioranza di essi apparteneva a quella categoria di lavoratori manuali poco inclini a prendere in mano la penna e molto più adatti alla comunicazione verbale e alle azioni concrete.

Naturalmente l’uso delle fonti orali presenta una serie di problemi metodologici (libera narrazione o intervista guidata, attendibilità e limiti della memoria, ricostruzione degli avvenimenti o delle mentalità, spontaneità e rilevanza della autogiustificazione, ecc.) sui quali ora non ci si può soffermare.

L’impressione personale sul convegno di Barcellona, simile in ciò ad altri incontri di storici orali, è che ci sia una certa coscienza della necessità di «dare la parola agli esclusi» e di «umanizzare la storia» contro la storia asservita al potere, ma che tale sensazione non sembra produrre grandi conseguenze, almeno nell’Europa Occidentale, sul piano della visione teorica e dell’intervento politico. Per la verità almeno un paio di sessioni a Barcellona sono state dedicate a temi scottanti: la tragica situazione latino-americana e lo scontro fra Solidarnosc e Stato polacco. Nel primo caso le fonti orali sono state usate per la ricostruzione della memoria di movimenti e di comunità locali sottoposti alla devastazione delle dittature militari. Si sono però lasciati indefiniti i rapporti tra ricerca scientifica e impegno militante, sottointendendo con tutta probabilità che il secondo debba guidare, e forse condizionare, il primo. Nel caso polacco è emerso il risultato sorprendente di un esito della lotta nel quale tutti risultano sconfitti poiché nemmeno i funzionari statali e polizieschi, formalmente vincitori, rivelano nelle interviste la tipica sicurezza di chi è riuscito a imporsi. In tale situazione, l’unica dei paesi dell’Est ad essere presente, la ricerca è comunque appena agli inizi e deve tener conto di limiti repressivi molto stretti. Simili condizionamenti non sembrano preoccupare molto quei gruppi di sociologi e storici latino-americani che si apprestano a svolgere indagini sulla storia operaia e popolare a Cuba.

Non mancava però nella capitale catalana chi, militare in pensione, vuol raccogliere la memoria dei fasti del proprio o di altri eserciti su commissione dell’apparato istituzionale. Del resto un paio di anni fa è stato deciso in Italia un ricco finanziamento finalizzato ad una «Storia Orale della Repubblica» che si articola in interviste ai dirigenti politici padri fondatori della Costituzione ed esponenti dei primi governi repubblicani. È notizia di qualche mese fa la stesura di un accordo fra la C.G.I.L. e l’Archivio Storico Audiovisivo del Movimento Operaio per un’ampia utilizzazione dei materiali già esistenti. Va insomma ricordato che la fonte orale è uno strumento tutt’altro che univalente.

Per offrire un’ulteriore informazione sull’atmosfera contradditoria di un convegno sponsorizzato parzialmente dalla locale Cassa di Risparmio e dal Municipio (i partecipanti dovevano inoltre pagare un’elevata iscrizione) si tenga presente che nel discorso ufficiale il sindaco socialista tesseva apertamente le lodi dell’anarcosindacalismo come uno dei vanti della storia cittadina. E nell’elegante salone di rappresentanza prestato con spirito liberale dalla Banca alcuni vigilantes armai fermavano un anziano ricercatore inglese vestito in modo poco ortodosso. Buona parte dei lavori si svolgevano poi in un circolo, denominato Ateneo Barcellonese, che aveva tutto l’aspetto di un club per ricchi borghesi in pensione. Va però aggiunto che tali fatti non tolgono, e non potrebbero farlo, valore ad una rara occasione di confronto nella comunità internazionale, tutt’altro che addomesticata, degli storici orali; comunità nella quale, per vari motivi, sarebbe necessaria una attività meno episodica di chi studia, più o meno con spirito scientifico, la questione dell’identità libertaria di ieri e di oggi.

 

Note

[1] V Colloquio Internazionale di Storia Orale «Il Potere nella società», Barcellona 29-31 marzo 1985.

31/03/2026
Articolo

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