La Colonia dell’Adunata, ovvero l’Asilo della Rivoluzione
di Elio De Luca
Tra i tanti anarchici italiani che vanno in Spagna a combattere il fascismo e a costruire la rivoluzione ci sono anche Enrico Zambonini (Villa Minozzo, 1893 - Reggio Emilia, 1944), Fosca Corsinovi (Casellina e Torri [Scandicci], 1897 - Firenze, 1972) e Armando Rodriguez (alias Gugliemo Scheffer, Trieste, 1907 ca. - Trieste, 1960). Sono loro tre che il 5 aprile 1938 inviano una lunga lettera a “L’Adunata dei Refrattari” (“AdR”), settimanale anarchico in lingua italiana edito a New York, per sollecitare la solidarietà internazionale in modo da poter dare un rifugio sicuro a trenta bambini che la guerra ha reso orfani. Per garantirne la sopravvivenza, servono – ogni mese, come sottolineano i firmatari – 100 dollari (pari a 10.000 pesetas) per vitto, alloggio, istruzione e controlli sanitari. Il 21 maggio 1938 il giornale pubblica in prima pagina la loro lettera, che si chiude con il consueto saluto “Vostri e della causa”.
Già in quella lettera Fosca annunciava: “Noi, dal canto nostro, in accordo coi compagni dello Spettacolo Pubblico [Sindicato de la Industria del Espectáculo], provvederemo a tirare films che potrebbero servire al doppio scopo di far conoscere con prove irrefutabili l’effetto delle bombe benedette dal Papa e l’amor patrio dei super-nazionalisti, e facilitare la raccolta di fondi destinati all’iniziativa”.
Il 7 novembre 1938 quello che Giuseppe Mioli definirà più tardi (sempre sulle colonne dell’“Adunata”) “l’Asilo della Rivoluzione” apre le porte a Pins del Vallès (oggi Sant Cugat del Vallès), nella provincia di Barcellona, dando riparo“a trenta povere creature dai 5 agli 11 anni, in maggioranza maschi, che l’aviazione assassina e la guerra hanno reso orfani (“AdR”, 4-1-39).
In un articolo dell’11 novembre Fosca Corsinovi – spesso chiamata nei documenti Fosca Barbieri a causa del legame sentimentale che aveva stretto all’epoca con Francesco Barbieri, ucciso dagli stalinisti, nel maggio 1937, insieme a Camillo Berneri – delinea il tipo di educazione libertaria praticata nella Colonia dell’Adunata: “Oltre a frequentare la scuola del villaggio, i bambini avranno un’occupazione di loro gusto, ed a tale scopo pensiamo di montare una piccola officina con utensili di meccanico e falegname. Coloro ai quali piace la terra si sono già messi al lavoro per coltivare il loro pezzetto. Faremo inoltre un piccolo foglio murale, i compilatori del quale saranno eletti dai bimbi stessi. Appena avremo la biblioteca porremo in ogni libro un foglio nel quale ogni lettore scriverà le sue riflessioni” (“AdR”, 14-1-39). Sempre Fosca, in un altro articolo (“AdR”, 21-1-39), descrive la quotidianità dei bambini: “La mattina alle sette bagno e doccia, un quarto d’ora di ginnastica e colazione alle otto. Fino all’una (per i grandi) classe. All’una desinare e, fino alle quattro e mezza, giuochi o lavoro nell’orto. Merenda, altra ora di giuoco, sempre all’aria aperta fino alle sette, ora di cena. Poi in biblioteca, chi leggendo, chi disegnando, e i più piccoli facendo giuochi di tavola. Alle otto a letto. I ragazzi si riuniscono da loro una volta la settimana e formano i loro delegati, ed organizzano il lavoro in collettività. Io assisto a queste riunioni solo per abituarli a comportarsi correttamente e per assicurare a tutti la libertà di parola”.


A sinistra, l’appello alla solidarietà internazionale per poter aprire l’asilo pubblicato su “L’Adunata dei Refrattari” del 21 maggio 1938. A destra, il telegramma con cui Carbó smentisce la calunnia che l’asilo non esistesse – messa in circolazione “dai diffamatori abituali dell’Adunata”, un gruppo italo-americano di Lynn, Massachusetts – pubblicato su “L’Adunata dei Refrattari” del 24 dicembre 1938.Nonostante l’interesse suscitato dall’iniziativa, elogiata in particolare dal “Risveglio anarchico” di Ginevra (17 dicembre 1938), non mancano le polemiche, esacerbate dalla drammaticità della situazione: l’asilo apre nel novembre 1938, viene ufficialmente inaugurato il 21 gennaio 1939 e Barcellona cade esattamente quattro giorni dopo. In un contesto già oltremodo turbolento, l’iniziativa veniva pesantemente attaccata con l’accusa di esistere solo sulla carta. Anzi, come scrive Valdesalici, si insinua il sospetto che “i Compagni d’America si fossero fatti fregare da tre semisconosciuti manigoldi”. Per rispondere all’insensata calunnia, a Eusebio C. Carbó toccò inviare, il12 dicembre 1939, un telegramma in cui si scriveva: “Certifico categoricamente come annunziato esistenza Colonia Adunata” (“AdR”, 24-12-38). L’esistenza del breve e prezioso filmato, che attraverso varie vicissitudini è giunto sino a noi, fu anche una risposta documentale a quelle accuse.
Intanto a New York, il 17 dicembre 1938, l’“Adunata” pubblica il primo numero di un giornalino chiamato “L’Adunata de los pequeños”, del quale usciranno sei numeri. Sul n. 4 si trova l’articolo intitolato Visite, a firma di uno dei bambini, José Luis, che racconta il giorno in cui fu girato il filmato: “Sono venuti alla Colonia un cinematografista e un fotografo della Generalitat e un giornalista della CNT. Ci hanno preso varie fotografie: a tavola, al gioco, nelle stanze da letto e nella sala da bagno. Hanno fatto anche una film che manderemo ai compagni dell’‘Adunata’, i padrini della nostra Colonia, ai quali dobbiamo il nostro benessere attuale. Il compagno cinematografista e il giornalista sono rimasti molto ammirati dello spirito di fratellanza che esiste nella nostra colonia e della sua organizzazione, e ci hanno detto che ritorneranno. Questi compagni hanno fatto tutto gratuitamente e sono stati molto gentili con noi”.
Sul giornalino a loro dedicato, i bambini parlano anche delle terribili esperienze che stanno vivendo. Amalia Blanda ad esempio scrive: “Noi bambini crediamo che la guerra è la cosa più orribile che esista sulla terra. Nessuno ha diritto di uccidere i nostri padri, di distruggere le nostre case. Vogliamo vivere, vogliamo i nostri babbi. Vogliamo istruirci, vogliamo giocare. Vogliamo che termini la guerra, schiacciando per sempre il fascismo, assassino dei nostri padri, distruttore delle nostre case. È per ciò che i compagni soldati lottano nella trincee. Per assicurarci una vita tranquilla e libera da ogni schiavitù, per noialtri e per voi, compagni del mondo, lottano i compagni soldati” (I bimbi di fronte alla guerra, “L’Adunata de los pequeños”, n. 2).
L’inaugurazione della Colonia – che segue di alcuni mesi l’apertura effettiva e che forse segnala il bisogno di affermare pubblicamente una volontà di resistenza nell’imminenza della sconfitta – avviene “alla presenza di un folto pubblico tra cui un redattore di ‘Solidaridad Obrera’, di Solanio Palacio, direttore di ‘Tierra y Libertad’, di Eusebio Carbó, corsivista di ‘Guerra sociale’ e di un cinematografista della CNT”. Sarà proprio Carbó che si assumerà l’incarico di fare arrivare una copia ai “padrini della nostra colonia”, ma l’attesa sarà lunga perché – a causa delle sue vicende personali – solo sei anni dopo Carbó riuscirà ad affidare la copia a “un compagno degli Stati Uniti di passaggio per Città del Messico”, dove si era rifugiato dopo la fine della guerra. La stessa copia che decenni dopo Max Sartin consegnerà all’Archivio Pinelli perché la memoria non si perda e la storia continui.

Sull’“L’Adunata dei Refrattari” del 28 gennaio 1939 appare questa foto collettiva della Colonia. È lo stesso giorno in cui viene girato il filmato: il 21 gennaio 1939. Alcune delle persone che compaiono in questi quattro minuti senza sonoro sono state identificate: nelle immagini sono riconoscibili Fosca Corsinovi, Eusebio Carbó (1883-1958), il redattore di “Guerra sociale”, e Fernando Solano Palacio (alias Fernando Rodriguez Palacios, 1888-1974), il direttore di “Tierra y Libertad”, mentre non è stato identificato il redattore di “Solidaridad Obrera”. Sicuramente non compare Enrico Zambonini (1893-1944) che in quei giorni era altrove. Nessuno dei bambini è stato identificato, ma sarebbe stato interessante intervistare qualcuno di quegli orfani per ricostruire, attraverso i loro ricordi infantili, quella breve ma certamente intensa esperienza. Per cercare di raccogliere quante più informazioni possibili sull’Asilo abbiamo chiesto aiuto ai compagni della Fundació Salvador Seguí di Barcellona, che a loro volta si sono appoggiati a uno storico locale, José Fernando Mota, che ha cercato negli archivi municipali qualche traccia di quella storia. Sfortunatamente, poco è rimasto a Sant Cugat del Vallès – nei documenti e nella memoria – di quell’esperienza libertaria, anche se è stato verosimilmente rintracciato l’edificio che la ospitò: pur essendo stato ampiamente ristrutturato, l’edificio (ora una casa privata) ha comunque mantenuto qualche elemento architettonico della costruzione originale, così come appare nella foto qui pubblicata. Ma a rendere davvero preziose le immagini del filmato è il fatto che riescono a restituirci – nonostante la carneficina in corso e l’imminente catastrofe – lo spirito indomito di quel momento storico, ovvero la volontà di costruire concretamente e nei modi più diversi una nuova società. 26/06/2026


